Lo scudetto più divertente di sempre
Sette giorni fa, il Napoli ha vinto il quarto scudetto della sua storia. Dopo la grande festa al Maradona di venerdì sera, la suggestiva sfilata con la coppa di lunedì pomeriggio e qualche ora di riflessione, consigliata da parenti e collaboratori oltre che da una generosa proposta presidenziale, Antonio Conte ha deciso di rimanere sulla panchina della squadra campione d’Italia anche per la prossima stagione. Ed è appunto lui, il tecnico salentino, l’artefice e l’emblema del tricolore numero quattro.
Ma qual é la giusta definizione per questo trionfo? Il primo sarà sempre il più bello. Il secondo, al cospetto di una decennale narrazione tossica che lo ha relegato ingiustamente all’episodio della monetina, è senz’altro il più competitivo, conquistato all’apice del calcio italiano. Il terzo di Spalletti è il più importante, quello che ha dimostrato ad una piazza fatalista come Napoli che in fondo si può vincere anche se un Maradona non nascerà mai più. E questo? Importante di sicuro, volendo anche di più. È lo scudetto della continuità, dopo appena un anno di astinenza.
Ma forse l’aggettivo più giusto è “divertente”. Appunto per merito (o colpa) di Conte. E non c’entra nulla il gioco espresso da una squadra che oggettivamente, in trentotto partite di campionato, divertente è stata poco o nulla. È stato il racconto, riletto a distanza di mesi, ma anche di pochi giorni, se si pensa alla vicenda della conferma dell’allenatore, ad essere stato al limite del grottesco, senza dubbio comico. No, certa gente non ne ha azzeccata una manco per sbaglio.
Val la pena ricapitolare.
Lo scudetto numero quattro del Napoli nasce in una tutto sommato insignificante sfida di campionato di inizio aprile del 2023. Già, quella sera, il Milan che aveva ormai da tempo abdicato al titolo di campione, con lo scudetto virtualmente cucito sulle maglie del Napoli, vinse incredibilmente 0-4 a Fuorigrotta. Occhio vispo, mani aperte all’altezza delle gote e linguetta da rettile: così Rafa Leao celebró il suo primo gol ai dominatori del campionato. Un’immagine che piacque tanto all’Italia calcistica, da finire inevitabilmente in prima pagina. La narrazione era chiara: il successo del Napoli era stato un caso, arrivato al termine di un campionato anomalo, con il mondiale di mezzo.
Il prossimo tra trent’anni, forse. Ad ogni modo, ad Aurelio De Laurentiis non piacque quel mese di aprile di Spalletti. Il presidente aveva fatto la bocca alla probabile finale Champions e rimase deluso dall’eliminazione ai quarti, proprio per mano del Milan. Fu quella la causa del litigio con il tecnico che aveva appena riportato il tricolore in riva al golfo. Il patron pensava di poter ingaggiare subito Conte, che però era ancora lautamente a contratto con il Tottenham. Viró dunque, senza troppa convinzione, su Rudi Garcia, forse soltanto per fare un dispetto a Spalletti, con cui si era avvicendato alla Roma. Gli errori del presidente sfociarono nella disastrosa stagione da decimo posto.
Ma fu da giugno del 2024 che il racconto si fece davvero divertente, da quando le voci di Antonio Conte sulla panchina del Napoli divennero sempre più insistenti. “Conte al Napoli? Impossibile! De Laurentiis non spenderebbe mai tanti soldi per un allenatore”. Per qualcuno, la destinazione più logica per l’allenatore salentino era il ritorno all’amata Juventus. Che però scelse di affidarsi a Thiago Motta. Allora il Milan, in cerca del sostituto di Pioli. Insomma, Conte era una questione esclusiva di maglie a strisce. Invece arrivó la firma del contratto per allenare il Napoli. “Ma tanto con De Laurentiis litigherà dopo una settimana”. L’estate proseguì con la questione di Di Lorenzo. Il capitano non aveva gradito la sostituzione a cinque minuti dalla fine dell’ultima gara in casa con il Lecce. Il suo procuratore fece capire chiaramente che il suo assistito sarebbe andato via.
Proprio alla Juventus, dove nel frattempo il direttore Giuntoli stava provando a convincere molti calciatori a lui graditi. Fu in quel momento che un certo giornalista avellinese diede il meglio (o il peggio) di sé. Testuale: “Che ti piaccia o no è finita. L’unica cosa che può fare De Laurentiis è dire: eeeh voglio tre milioni in più, cinque milioni in più, allora dammi Chiesa. La trattativa falla. Ma Di Lorenzo l’anno prossimo veste la maglia della Juventus. Partita finita”. Parole gravi pronunciate con un tono francamente inopportuno. Ad agosto arrivò la presunta beffa di Brescianini, apparentemente soffiato sul più bello dall’Atalanta. In realtà il direttore Manna, a sua volta etichettato inesperto se non addirittura incapace dal medesimo giornalista, aveva già in pugno Scott McTominay. Di cosa sarebbe stato capace lo scozzese se ne sarebbero accorti presto tutti.
Ma all’epoca c’è chi dava per imminenti le dimissioni di Conte, scontento del mercato, un cavallo di battaglia riproposto a più riprese. Soprattutto a fine agosto, dopo la sconfitta all’esordio di Verona. Non andò bene nemmeno l’acquisto di Lukaku, fortemente voluto dal tecnico: “pagato troppo un calciatore fuori forma, ci vorranno mesi prima di vederlo in condizioni accettabili”. Naturalmente il belga segnò la prima rete in maglia azzurra dopo pochi minuti dal suo primo ingresso in campo al Maradona con la maglia azzurra. Il mercato si concluse con la mancata cessione di Osimhen: “a cosa brindiamo? Al milione al mese di stipendio che De Laurentiis dovrà pagare”. Il giorno dopo, il nigeriano fu ceduto in prestito al Galatasaray. Niente milione al mese. Peccato. Trascorsero i mesi, con il Napoli a dare fastidio alla strafavorita Inter e a far masticare amaro troppe persone.
Come un balsamo, arrivò la cessione di Kvaratskhelia a gennaio. In effetti, fu un brutto colpo per le ambizioni da primato, anche perché il georgiano non fu degnamente sostituito, nei frenetici ultimi giorni del mercato invernale. Alcuni nomi che circolarono non si concretizzarono. E allora via al siparietto di dubbio gusto: “c’è Garnacho? No non c’è. Adeyemy? Lei è Adeyemy?”. E così via. Una scena patetica. Ma guai a farlo notare, pena licenziamento in diretta. A marzo, con gli infortuni di troppi titolari e il contemporaneo esonero di Thiago Motta, inizió ad essere dato per certo l’addio di Conte a fine anno, effettivamente in quelle settimane visibilmente perplesso, per tornare appunto alla Juventus.
Una notizia addirittura urlata, senza possibilità di smentita. Tutto fatto. Solo di routine l’incontro con De Laurentiis. Ormai Conte ha deciso. Anzi no. La conferma annunciata dal presidente in persona è stata la ciliegina sulla torta di una stagione incredibile. Quella dello scudetto più divertente di sempre.
Domenico Fabbricatore; AtletaMagazine.
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