ES TU RETIRO
Gonzalo Higuain non è più un calciatore professionista. Il 3 ottobre 2022 è dunque il giorno del ritiro ufficiale dal calcio giocato di uno dei più grandi attaccanti della sua generazione. Un potenziale numero uno assoluto, imprigionato però nel corpo di un uomo fragile ed insicuro. La carriera di Gonzalo è nota, soprattutto agli appassionati italiani. E’ la perfetta incarnazione della grande occasione mancata, un calciatore destinato ad essere ricordato per quello che non è riuscito a fare, piuttosto che per i traguardi raggiunti, comunque di tutto rispetto. Figlio d’arte, nato in Francia nell’anno in cui il papà Jorge giocava nel Brest. Higuain senior era un difensore, dal naso importante. Per questo soprannominato “el Pipa”. Il figlio sarebbe diventato per eredità “el Pipita”. Un’infanzia segnata da una meningite fulminante, curata appena in tempo. Poi il calcio. Fu notato subito dal River Plate che lo acquistò al tempo delle giovanili per farlo esordire velocemente in prima squadra. Per tutti Higuain era un predestinato, quindi finì presto nel club più prestigioso al mondo: il Real Madrid. Sei stagioni e mezzo con i blancos. Tanti gol, sei trofei. Ma anche una concorrenza pesante con il coetaneo francese Benzema. Il Real Madrid fece la sua scelta, Higuain la sua. E fu una scelta tutt’altro che banale: Napoli. E’ vero, il club azzurro era in fase di ascesa, aveva appena conquistato per la seconda volta il diritto di partecipare alla Champions League e aveva assoldato uno degli allenatori più vincenti d’Europa: Rafa Benitez. Ma era comunque una società poco abituata a vincere, che veniva da anni difficili dopo i trionfi con Maradona. Insomma, una scelta coraggiosa. Forse l’unica della sua carriera. Arrivò assieme agli altri ex madridisti Albiol e Callejon, oltre che a Mertens, Reina ed altri che avrebbero scritto pagine importanti per il calcio partenopeo. Ma il fiore all’occhiello era senz’altro lui, Gonzalo. Napoli lo ha amato immediatamente. E non soltanto perché era fortissimo. Calvizie incipienti, un principio di pancetta, sangue fin troppo caldo nelle vene. Addirittura, al primo tuffo nel mare del golfo rischiò seriamente di farsi male contro uno scoglio. Insomma, i napoletani si sono immediatamente riconosciuti in quella simpatica imperfezione che accompagnava il nuovo idolo di Fuorigrotta. Un po’ come era accaduto con Diego, uno scugnizzo d’Argentina, insomma uno di loro. Anche Higuain lo era. Ma non l’ha capito. In maglia azzurra, 146 presenze e 91 gol, una Coppa Italia ed una Supercoppa. Ma anche, forse per certi versi soprattutto, un record di gol in campionato che resisteva dalla stagione 1949/50, infranto con 36 reti. Quello che Gonzalo non ha capito è che il tifoso napoletano non ha grandi trofei da vantare. Il Napoli ha vinto due scudetti ed una coppa Uefa in quasi 100 anni di storia. Poco. Il tifoso del Napoli vive di orgoglio. Quell’orgoglio che gli consente di guardare fisso negli occhi i tifosi di qualsiasi squadra al mondo, in particolare del nord Italia, perché loro hanno avuto Maradona e gli altri no. Quel record di gol segnati non ha portato trofei ma poteva essere un altro importantissimo spunto d’orgoglio per quei tifosi. Gonzalo non ha capito. Al netto di quelle che possono essere state le incomprensioni con il presidente De Laurentiis, Higuain ha preferito scegliere la strada più facile. Ha preferito passare dalla parte del più forte. Lo ha fatto di notte, il 23 luglio del 2016, lontano da tutti e da tutto, forse anche da se stesso. Visite mediche a Madrid e poi il passaggio alla Juventus. Già, la Juventus. Nel 2016 aveva appena strappato uno scudetto al Napoli, arrivando a cinque di fila. Aveva voglia di continuare a collezionare tricolori. Ma aveva anche un’ossessione. Nel 2015, quasi a sorpresa, era riuscita ad arrivare in finale di Champions League, poi persa a Berlino contro il Barcellona. Volevano la Champions, dalle parti di Villar Perosa. Presero Higuain sostanzialmente per quello. Ma Gonzalo era un potenziale numero uno imprigionato nel corpo di un uomo fragile ed insicuro. Nel 2014, al Maracana, ha avuto il pallone per regalare all’Argentina il mondiale dopo 28 anni, tra l’altro in casa del Brasile. E lo ha calciato fuori. In finale di Copa America ha sbagliato un rigore, come aveva fatto con il Napoli contro la Lazio, in quello che era un vero e proprio spareggio per la Champions. Avrebbe fallito anche a Cardiff, in finale contro il Real. Non toccò palla, la Juve perse e s’innamorò di Cristiano Ronaldo. Ma Higuain giocò una seconda stagione in bianconero. Il 1° dicembre 2017 si presentò a Fuorigrotta con una mano fasciata e pieno di livore. Sommerso di fischi, segnò il gol decisivo. E si rivolse con tono minaccioso verso la tribuna, indicando Aurelio De Laurentiis: “es tu colpa” urlò. Quei fischi erano colpa del Presidente, secondo Gonzalo. Erano in realtà le urla di dolore dell’amante tradito. Ma Gonzalo non l’ha capito. A fine aprile, toccò proprio a lui segnare il gol decisivo a San Siro. In realtà, fu responsabilità di Handanovic, come in occasione delle precedenti due reti della Juventus all’Inter. Al minuto 87 di quella partita, la Juventus, battuta una settimana prima dal Napoli in casa, aveva praticamente perso lo scudetto. Fu quella la famosa partita del secondo giallo a Pjanic che Orsato non valutò bene perché troppo vicino. Luciano Spalletti, all’epoca allenatore nerazzurro, sul 2-1 tolse Icardi per Santon. Handanovic restò tre volte immobile. Il Napoli, in albergo a Firenze, vide e mollò la presa. Ma fu mollato anche Higuain. La Juventus non ci pensò due volte a scaricare un giocatore pagato ben 94 milioni di euro appena due anni prima per prendere Cristiano Ronaldo, con quell’ossessione mai soddisfatta della Champions. Che non sarebbe arrivata neanche con il portoghese. Higuain andò in prestito, prima al Milan e poi al Chelsea. Tornò per un ultimo malinconico anno in bianconero con Sarri in panchina. Fu comunque ancora una volta scudetto, il terzo con i bianconeri. Ma Higuain ha rinunciato a capire cosa avrebbe significato vincere uno scudetto a Napoli. Ha sacrificato l’immortalità calcistica per scegliere la strada più facile. La strada che lo ha portato a svernare a Miami negli ultimi anni da professionista. Oggi, nel momento del ritiro ufficiale, resta l’enorme rammarico di quello che poteva essere e non è stato. Che peccato, Gonzalo.
Domenico Fabbricatore
