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Carlo Re di Spagna e d’Europa (ma non di Napoli)

La stagione di calcio 2021/22 si è conclusa con un trionfo personale. Il trionfo di Carlo Ancelotti che, tornato sulla panchina del Real Madrid dopo 7 anni, ha vinto sia il campionato che la Champions League. Un autentico capolavoro quello del tecnico emiliano, che in una sola stagione ha centrato record difficilmente eguagliabili. Primo allenatore della storia a vincere i cinque maggiori campionati europei, primo allenatore della storia a giocare cinque finali di Champions League e, infine, primo allenatore a sollevare per quattro volte la coppa dalle grandi orecchie. La vittoria di Parigi contro il Liverpool ha chiuso idealmente un cerchio. Esattamente 19 anni prima, il 28 maggio 2003, Ancelotti ottenne a Manchester il suo primo grande trionfo della sua carriera, battendo con il suo Milan la Juventus di Marcello Lippi, nella prima e finora unica finale di Champions League tutta italiana. In quella notte inglese, il tecnico di Reggiolo si scrollò definitivamente di dosso l’etichetta di perdente, togliendosi anche lo sfizio di farlo al cospetto di una tifoseria, quella juventina, che non l’ha mai amato. Nel corso della sua lunga carriera, Ancelotti non ha raccolto soltanto trionfi e consensi ma anche critiche, esoneri e ripensamenti. Da calciatore ha avuto tanti maestri. Da Nils Liedholm a Fabio Capello, passando da Sven Goran Eriksson e naturalmente da Arrigo Sacchi, che lo elesse a suo allievo prediletto e lo volle come suo secondo in nazionale. Da ciascuno di loro ha appreso qualcosa. Primo anno da allenatore alla Reggiana, in serie B. Inizio difficile poi la lunga rimonta fino alla promozione in massima serie ottenuta al primo colpo. L’anno dopo, al Parma, scudetto sfiorato al primo anno e sesto posto l’anno successivo. Alla Juventus, due secondi posti difficili da digerire, soprattutto il primo, con lo scudetto perso nel pantano di Perugia. Stava per tornare al Parma, nel novembre 2001, quando arrivò la chiamata di Adriano Galliani. Allenatore del Milan per otto stagioni, con uno scudetto e due Champions vinte. Ma anche con un’eliminazione incredibile contro il Deportivo La Coruna ed una finale di Champions persa in maniera ancora più incredibile a Istanbul, contro il Liverpool di Rafa Benitez. Al Chelsea, campionato e coppa d’Inghilterra al primo anno, male l’anno dopo. Al Paris Saint Germain un campionato vinto ma uno lasciato clamorosamente al Montpellier. Al Real Madrid ha conquistato la “decima” strappandola ai cugini dell’Atletico, i cui pali erano difesi da tal Thibaut Courtois, insuperabile in quest’ultima finale con il Liverpool e che in quella notte a Lisbona si arrese soltanto al 94’ a Sergio Ramos. Anche con i blancos, la seconda stagione fu meno soddisfacente. Al Bayern Monaco ha vinto un campionato ma è stato poi esonerato dopo poche settimane l’anno dopo. Per arrivare alla parentesi più controversa della sua carriera. Nel maggio 2018, Carlo Ancelotti diventò allenatore del Napoli, che con Maurizio Sarri alla guida aveva sfiorato lo scudetto, al termine di un triennio ricco di soddisfazioni ma povero di trofei. Un autentico colpo di teatro da parte del presidente De Laurentiis, che era riuscito ad ingaggiare, tra lo stupore generale, uno degli allenatori più vincenti della storia. Chiamato per la prima volta a destreggiarsi alla corte di una società non abituata a vincere, Ancelotti ha fallito. Per la verità il primo anno non è andato poi così male, con il secondo posto in campionato e un girone di Champions affrontato in maniera gagliarda, anche se poi concluso con una sfortunata eliminazione. Ma è stata la mancata capacità d’imporsi la vera pecca dell’Ancelotti partenopeo. Rispetto all’anno precedente, il Napoli aveva perso Jorginho, che aveva seguito Sarri al Chelsea. In cambio, non arrivò un altro regista ma fu preso Fabian Ruiz, che in realtà avrebbe dovuto sostituire Marek Hamsik, il quale aveva manifestato la volontà di cambiare area dopo tante stagioni in riva al golfo. Alla fine, lo slovacco restò, almeno inizialmente, cambiando ruolo da mezzala a regista. Non andò nemmeno tanto male e il Napoli ottenne dei risultati soddisfacenti. Poi, a febbraio, a mercato chiuso, arrivò l’offerta dalla Cina. De Laurentiis non volle rinunciare a quei milioni né Ancelotti batté ciglio. Con la partenza di Hamsik, il Napoli si sgretolò. Riuscì a conservare il secondo posto ma fu eliminato inopinatamente sia in coppa Italia che in Europa League, rispettivamente da Milan e Arsenal, senza fare letteralmente nemmeno un tiro in porta in quelle partite. Né la lacuna fu colmata nel successivo mercato estivo. Il regista non arrivò ma ancora una volta Ancelotti non si scompose, avallando anzi la campagna acquisti, sostenendo senza mezzi termini che il Napoli avrebbe lottato per lo scudetto. Il suo o fu un clamoroso errore di valutazione o una pietosa bugia. Su questo la tifoseria azzurra si è sempre divisa: Ancelotti ci era o ci faceva? Possibile che un tecnico della sua esperienza non si accorgesse di quelle lacune? Da lì sono nate tutte una serie di insinuazioni severe ed ingiuste ma, per certi versi, comprensibili. Ancelotti è stato etichettato come “pensionato” o “bollito”, oppure come “sistematore di parenti”. In tanti l’hanno accusato di aver accettato la proposta di De Laurentiis soltanto per favorire la carriera del figlio Davide, che dal canto suo poco aveva legato con i senatori del gruppo. Quella stagione, dopo la bella vittoria in casa contro i campioni d’Europa del Liverpool, si è trasformata ben presto in un calvario. Fino ad arrivare alla notte di Napoli-Salisburgo, sfida di Champions League finita, per la cronaca, 1-1. Alla vigilia, la società aveva annunciato il ritiro. Ancelotti, in conferenza stampa, si era limitato a dire che quella era stata una decisione della società e che lui non era d’accorso. Al termine del match con il Salisburgo, l’irruzione di Edoardo De Laurentiis ha scatenato un putiferio a cui Ancelotti non ha saputo porre rimedio. Impreparato a certi eventi, il tecnico emiliano non ebbe la prontezza di mentire alla stampa, dicendo che il ritiro era stato annullato. In realtà non si presentò proprio ai microfoni ed andò in ritiro da solo con il suo staff: una scena tragicomica, mai vista a certi livelli. Inevitabile l’esonero, che però non arrivò subito. Per la verità non fu nemmeno un vero esonero. De Laurentiis concesse al suo allenatore il tempo di trovarsi un’altra squadra, concedendogli il tempo di concludere la sua avventura in azzurro con la qualificazione agli ottavi. Il Napoli vinse 4-0 contro il Genk e approdò agli ottavi, Ancelotti fu esonerato il giorno dopo e la domenica successiva era già diventato il nuovo allenatore dell’Everton. In Inghilterra nemmeno ha entusiasmato. Ha chiesto ed ottenuto Allan dal Napoli e il suo controverso pupillo James Rodriguez, chiudendo senza infamia e senza lode la sua esperienza con il decimo posto finale. Richiamato al Real, per quello che doveva essere un anno di transizione, si è preso la sua grande rivincita. Chiamato a fare quello che sa fare meglio, cioè a gestire una squadra di campioni senza dover risolvere altri problemi, Carlo è tornato Re. Ognuno deve evidentemente fare il suo mestiere e il mestiere di Ancelotti è senza dubbio questo: gestire i fuoriclasse. Al resto ci hanno pensato le grandi parate di Courtois, i passaggi geniali di Modric e i gol a grappoli di Benzema. La Liga è stata letteralmente dominata, in Champions si sono inchinati, nell’ordine, Paris Saint Germain, Chelsea, Manchester City e Liverpool. Un trionfo che ha riempito d’orgoglio i sostenitori di Ancelotti ma che ha fatto gongolare anche i detrattori del Napoli ed in particolare di De Laurentiis. Costoro si sono scatenati al grido di “come vi siete permessi”? Esonerare l’allenatore più bravo del mondo: una sorta di lesa maestà. Anche molti tifosi del Napoli sono stati assaliti dai sensi di colpa. Ma a Napoli è stato semplicemente esonerato un allenatore che aveva fatto male. Che ha pagato anche colpe non sue, certo. Ma anche questa nel calcio non è una novità. Poco incline alle polemiche, l’emiliano ha incassato le critiche da gran signore, preparando in silenzio la sua rivalsa. Mai una parola fuori posto, mai un gesto di stizza, al massimo un sopracciglio alzato oltre il limite naturale. Ancelotti è prima di tutto un grande uomo. Che merita tutti gli onori del caso.

Domenico Fabbricatore; AtletaMagazine.it