Diego: emozione unica
“Grazie, amico mio, mi hai regalato delle belle emozioni. Come ogni cosa che mi riporta a Napoli. Lì dove in fondo sono ancora. Lì dove, per quanto mi riguarda, sarò per sempre”.
Così scriveva Diego Armando Maradona all’amico Ciro Ferrara, così concludeva la prefazione al libro che il suo ex compagno di squadra aveva scritto per lui, per celebrare il compleanno del più grande. Il sessantesimo. L’ultimo, tra noi mortali. Ma al momento di inviare il stampa quel libro, nessuno poteva immaginarselo. Il 25 novembre dell’anno nefasto 2020, il mondo si è fermato. Dall’Argentina è arrivata la notizia. Una di quelle a cui nessuno era davvero preparato. Perché tante volte in passato, nell’ultimo ventennio, era sembrato ad un passo, l’inevitabile. Invece poi arrivava un’abile finta, uno di quei dribbling da par suo, e anche la “nera signora” restava disorientata. Quante volte? Certamente troppe, al punto che in tanti si erano pressoché convinti che fosse realmente immortale. Il 25 novembre 2020 è una data epocale, di quelle che restano nella storia dell’umanità. Tra qualche decennio, chiunque sia stato testimone, ricorderà precisamente cosa stesse facendo nell’istante in cui la notizia fu confermata. Come per l’assassinio di Kennedy, o l’11 settembre. O come quando, restando in ambito sportivo, Ayrton Senna perse la vita ad Imola. No, il 25 novembre 2020 non è morto solo un calciatore, o un uomo dedito ai vizi e alla droga, come qualcuno ha voluto banalmente ribadire. Diego è stato molto di più. Ma come spiegare Maradona a chi non l’ha vissuto? Esercizio impossibile, forse addirittura superfluo. Perché di Maradona si parlerà sempre, fin quando in qualche angolo del mondo ci sarà una sfera di cuoio che rotola. Quando Leopold Mozart parlava di suo figlio Wolfgang Amadeus usava parole precise: “il miracolo che Dio ha voluto che nascesse a Salisburgo”. Ebbene, il 30 ottobre 1960 Dio volle che un altro miracolo nascesse, nel più povero degli angoli del mondo. Per regalare allegria alla gente. Con un pallone di calcio. Diego è della gente. Della gente umile, povera come lui, in perenne attesa di un istante di gioia, di un’occasione di riscatto. Diego è di quella gente da quando, piccolissimo, si dilettava a palleggiare nel fango. O da quando, un po’ più grande, continuando a palleggiare, già sapeva che avrebbe giocato un mondiale di calcio e l’avrebbe vinto. Ha sempre avuto le idee chiare, come se per davvero ci fosse un progetto divino sotto quella cascata di riccioli scuri e ribelli. Diego palleggiava e Napoli già l’aspettava. Qualcuno ha detto che Dio ha creato Diego per regalarlo a Napoli. Probabilmente è così. Perché Maradona, in fondo, non è nient’altro che l’incarnazione stessa di Napoli, una città da sempre sotto la lente d’ingrandimento, di cui in troppi preferiscono metterne in risalto i difetti, piuttosto che le straordinarie bellezze. Diego ha saputo rappresentare perfettamente Napoli, il sud d’Italia, tutti i sud del mondo. Non era nato per stare dalla parte dei più forti, era nato per regalare un motivo di riscatto in chi credeva in lui. E Napoli ha creduto in lui, fin dal primo giorno, fin dal primo palleggio, in un afoso pomeriggio di luglio del 1984. Non era solo “megli’e Pelè” quel ragazzo in maglietta e tuta che si presentava davanti a loro. Era un parente stretto, una sorta di figlio che Napoli riceveva dal Sud America, quasi come fosse un risarcimento per i tanti “veri” figli costretti a salpare dal molo Beverello per le lontane Americhe, in cerca di fortuna, o semplicemente di un’opportunità. Un amore spontaneo, immediato, indelebile. Su cui, inevitabilmente, si è da subito abbattuto un mare di retorica. Anche nel momento dell’ultimo addio. Ma come ha scritto lo stesso Diego a Ciro Ferrara, Maradona vive a Napoli. E ci vivrà per sempre.
Domenico Fabbricatore; AtletaMagazine.it
