La testa di Messi e la mano di Diego
Dopo 36 lunghi anni, dunque, l’Argentina è di nuovo campione del mondo di calcio. Alla vigilia, in tanti ci credevano pur senza cedere alla tentazione di sfidare troppo la scaramanzia. Eppure qualche segnale era stato chiaro. E una nota marca di birra locale aveva lanciato uno spot che riassumeva, tra il serio e il faceto, tutte le coincidenze con il 1986. L’orario dell’eventuale finale, a mezzogiorno a Doha come quella volta a Città del Messico, la partecipazione del Canada, la mancata qualificazione del Cile ed altri dettagli vari. Fino ad arrivare al più importante di tutti: nel 1986 l’Argentina poteva contare sul miglior giocatore del mondo. E nel 2022? Pure! Perché è chiaro che Leo Messi sia il migliore in assoluto della sua epoca, non ci sono davvero più dubbi. Il duello a distanza con Cristiano Ronaldo, che pure aveva forse superato il rivale nel triennio dal 2016 al 2018, è stato vinto nettamente dal fuoriclasse argentino. Per anni, l’inevitabile paragone con Maradona è pesato come un macigno sulle spalle della Pulce, che in quanto a classe è probabilmente l’unico che si è avvicinato alle gesta di Diego. Ma in quanto a personalità, c’è sempre stato un abisso. Almeno fino ad un anno fa. Poi qualcosa è cambiato. Il Messi visto all’opera in Qatar è tutto un altro calciatore rispetto alle precedenti edizioni del mondiale e della Copa America. Grintoso, determinato, addirittura feroce. Nulla a che vedere con la timida controfigura in maglia albiceleste delle volte precedenti. In fondo, di questo è stato sempre accusato Messi dai suoi detrattori: di non avere le stimmate del leader. Al Barcellona ha vinto tantissimo ma sempre circondato da fuoriclasse in ogni reparto. In nazionale, invece, aveva sempre fallito gli appuntamenti importanti. Poi qualcosa è cambiato. E’ come se il grande dolore della perdita di un mito come Maradona abbia compattato tutta la nazione ed abbia in qualche modo influito anche sulla testa di Messi. Di lui si ricordavano le tante occasioni mancate con la maglia della nazionale. E se nel 2006, l’anno del suo esordio applaudito da un Maradona entusiasta sugli spalti, non ha avuto nessuna responsabilità, negli anni successivi nono sono mancate le delusioni più cocenti. A partire dalla finale di Copa America del 2007 in Venezuela. La selezione argentina era uno squadrone, favorito in tutti i pronostici: Zanetti, Cambiasso, Veron, Mascherano, Riquelme, Tevez e naturalmente lui, l’astro nascente Lionel. Di fronte, un Brasile tutt’altro che invincibile, a parte Maicon e Robinho. A guidare l’attacco verdeoro i non irresistibili Julio Baptista e Vagner Love. Si attendeva il primo trionfo importante di Messi, giovane e con i capelli lunghi. Soprattutto fortissimo. Vinse il Brasile 3-0. Un caso, pensarono tutti. Forse quella manifestazione era arrivata troppo presto. Il mondiale in Sud Africa del 2010 avrebbe certamente incoronato il più forte, che nel frattempo aveva vinto già campionati e Champions con il Barcellona. Diego in panchina, in elegantissimo completo grigio e barba lunga. In campo un attacco atomico formato da Aguero, Di Maria, Higuain, Tevez e naturalmente Messi. Per la Pulce, neppure un gol in cinque partite. Ai quarti di finale, inesorabile 4-0 per la Germania. Tutto rimandato di un anno? Forse. Di nuovo la Copa America, stavolta da giocare in patria. Altra delusione, l’Uruguay vinse ai rigori e Argentina di nuovo fuori ai quarti di finale. Poi arrivarono le tre finali consecutive: Mondiale 2014, Copa America 2015 e Copa del Centenario 2016. Tre docce gelate una peggio dell’altra, con Messi sempre tra i protagonisti in negativo. Alla finale del Centenario sbagliò anche uno dei rigori della lotteria ed annunciò la sua rinuncia alla maglia biancoceleste. Cambiò idea e si ripresentò ai mondiali in Russia e poi alla successiva kermesse sudamericana in Brasile: altre eliminazioni contro Francia e Brasile. Poi qualcosa è cambiato. Nel 1986, quando l’Argentina eliminò l’Inghilterra con il gol di mano di Maradona e si avviò a vincere la coppa del mondo, la risposta di Diego a precisa domanda è entrata nella storia, non solo del calcio: “è stata la testa di Maradona e la mano di Dio”. Forse, quindi, il cambio di rotta dell’Argentina dopo tante clamorose sconfitte ha una motivazione simile: è stata la testa di Messi e la mano di Diego.
Domenico Fabbricatore
