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Gli scudetti sfiorati di Aurelio. PARTE I – Stagione 2010/2011, il Napoli dei 3 tenori

Nella primavera 2023, dunque, il Napoli di Aurelio De Laurentiis dovrebbe finalmente chiudere il cerchio tricolore. Cogliendo il meritato frutto, per certi versi anche tardivo, di una gestione dirigenziale attenta ed oculata ma che comunque, in questi anni, ha regalato alla platea di Fuorigrotta campioni di alto livello. Nonché il brivido di lottare per la vittoria finale. Un successo che avrebbe potuto premiare i colori azzurri già da qualche anno.

Il primo Napoli a sfiorare l’impresa (all’epoca davvero clamorosa) fu quello targato 2010/2011. Una rosa, per la verità, non sufficientemente competitiva per lo scudetto. Vi si trovarono quasi per caso, gli azzurri, a lottare per il bersaglio grosso, senza esserne ancora evidentemente pronti. Un Napoli costruito con pazienza, mattone dopo mattone, dalla promozione in serie A del 2007. I primi colpi, contestati da una piazza non sempre competente, furono messi a segno proprio nel luglio di quell’anno: Marek Hamsik ed Ezequiel Lavezzi. Due illustri sconosciuti che però non avrebbero tardato ad entrare nel cuore della tifoseria. Negli anni successivi sarebbero arrivati altri rinforzi importanti. In porta, Morgan De Sanctis. In difesa, Andrea Dossena, Hugo Campagnaro e Juan Camilo Zuniga. A centrocampo, Walter Gargano e Christian Maggio. La squadra, dopo l’esonero di Edy Reja a marzo 2009 e la parentesi poco felice dell’ex commissario tecnico Roberto Donadoni, fu affidata ad un tecnico emergente, capace negli anni precedenti di salvare una Reggina penalizzata e di portare la Sampdoria in Europa: Walter Mazzarri. L’allenatore toscano, che prediligeva il modulo 3-5-2, subentrò a Donadoni ad ottobre 2009, dopo una sconfitta in casa della Roma, inanellando una serie di risultati esaltanti, come la vittoria a Firenze, la rimonta in casa da 0-2 a 2-2 con il Milan. Ma soprattutto la vittoria di Torino contro la Juventus, dopo un’altra sensazionale rimonta dal doppio svantaggio. Le reti nei minuti conclusivi, spesso in pieno recupero, diventarono un marchio di fabbrica: la famosa “zona Mazzarri”. Nell’estate del 2010, non particolarmente indovinati furono gli acquisti di Cribari in difesa e di Yebda a centrocampo. Deludente anche l’apporto del fantasioso ma troppo compassato Josè Ernesto Sosa, detto El Principito, anche se un noto comico napoletano lo ribattezzò presto con un soprannome ben più azzeccato. Comunque, il direttore sportivo Riccardo Bigon, figlio di Alberto, l’allenatore del secondo scudetto, riuscì a mettere a segno un colpo straordinario. Per 16 milioni di euro, pagabili in quattro comodi esercizi, arrivò dal Palermo Edinson Cavani, in arte El Matador. Molti tappi di champagne furono stappati alla firma del contratto. Si ma a Palermo, dove in tanti erano convinti di aver rifilato un clamoroso pacco a De Laurentiis. L’uruguagio, sacrificato a destra nello scacchiere rosanero, non aveva espresso tutte le proprie potenzialità, risultando spesso poco efficace in zona gol. A Napoli, invece, esplose meravigliosamente. Con i tifosi azzurri fu amore a prima vista, sin dalla prima partita in Europa contro l’Elfsborg. Ma quella fu la sera della grande delusione. Poche ore prima della partita, infatti, fu confermata una clamorosa indiscrezione di mercato: Fabio Quagliarella, arrivato appena un anno prima all’ombra del Vesuvio, passava alla Juventus a titolo definitivo. Alle spalle, una deplorevole storia personale. Ma in quel momento nessuno lo sapeva. La tifoseria non gradì, etichettandolo come traditore. La stagione si presentava equilibrata. L’Inter, che aveva dominato i precedenti campionati, si presentò ai nastri di partenza con Benitez in panchina al posto di Mourinho. Ma soprattutto con la pancia piena del triplete. La Juventus, affidata a Del Neri, sparì ben presto dai radar delle prime posizioni. Clamorosa la debacle della Sampdoria, che passò dalle stelle del preliminare di Champions alle stalle di un’incredibile retrocessione. Chi piazzò il colpo di mercato vincente, proprio nelle ore finali di mercato, fu il Milan allenato da Massimiliano Allegri, che si garantì le prestazioni di Zlatan Ibrahimovic. Fu quello l’acquisto che sbaragliò gli equilibri del torneo. Il Napoli iniziò con due pareggi. Cavani segnò subito a Firenze, anche se il pallone in realtà non aveva superato la linea di porta. Il primo squillo arrivò alla terza giornata, in casa della Sampdoria. Nel finale, Hamsik e Cavani ribaltarono il vantaggio dei blucerchiati realizzato da Cassano. Neanche il tempo di esaltarsi che pochi giorni dopo, nel turno infrasettimanale, il Chievo espugnò il San Paolo. Fu l’inizio di un cammino altalenante. La Roma fu finalmente piegata dopo 13 anni ma poi il Milan vinse a Fuorigrotta, nonostante una magia di Lavezzi. Tre vittorie consecutive e poi sconfitta in casa della Lazio. Un Napoli che, insomma, stentava a decollare, nonostante le buone individualità espresse. Il gioco si basava sul classico difesa e contropiede, senza troppi fronzoli. La retroguardia teneva botta con Aronica, Grava e il capitano Paolo Cannavaro. Al resto ci pensavano i 3 tenori: Hamsik, Lavezzi e Cavani. Il dna di quel Napoli si palesò con efficacia in due vittorie memorabili, entrambe a tempo abbondantemente scaduto. La prima a Cagliari, autentica bestia nera dei primi anni di serie A. Le sfide contro i sardi avevano riservato delusioni cocenti negli anni precedenti. Quella volta Mazzarri risparmiò un tempo abbondante al suo goleador uruguaiano, il Napoli giocò chiaramente per lo 0-0. La missione sembrava ormai compiuta quando fu concesso un calcio di punizione ai padroni di casa, al 93’. Tutti temerono l’ennesima beffa. Invece il Cagliari sfruttò male quel calcio piazzato e ripartirono a tutta velocità Cavani e Lavezzi. Il Matador servì al Pocho un pallone neanche perfetto ma l’argentino calciò imparabilmente in rete da fuori area. Fu l’apoteosi. Iconica l’esultanza di Lavezzi che si tuffò di testa nel cartellone pubblicitario di una nota birra locale. Poi ci fu la vittoria casalinga contro il Lecce prima di Natale, con Grava che salvò sulla linea un gol fatto dei salentini al 92’ e, sul capovolgimento di fronte, Cavani tirò una sassata imprendibile all’incrocio dei pali. Il nuovo anno si aprì con una sconfitta a Milano contro l’Inter. Ma il turno successivo arrivò il netto 3-0 al San Paolo contro la Juventus, con il Matador autore di una tripletta indimenticabile. Assente l’attesissimo ex Quagliarella, che si ruppe il crociato pochi giorni prima. Il passo dei partenopei si fece più convinto. Incredibilmente, alla giornata 24, il Napoli si trovò a 3 punti dal Milan capolista. La settimana dopo, un’altra doppietta di Cavani stese la Roma all’Olimpico. Al termine di quella gara, Lavezzi fu squalificato per prova televisiva, reo di un poco edificante scambio di sputi con il romanista Rosi. Fu Marco Cassetti a richiamare l’attenzione dei media per la doppia scorrettezza sfuggita a tutti, anche alle telecamere di Sky. Probabilmente il difensore giallorosso vide solo Lavezzi, condannando a 3 turni di squalifica anche il compagno di squadra. Solo dopo l’ingrandimento di un lontanissimo frame, colto dalla telecamera a campo largo, fu confermata la sanzione disciplinare per l’argentino. E così, il 28 febbraio il Pocho non scese in campo a San Siro per uno scontro diretto che nessuno avrebbe pronosticato alla vigilia. Giornata 27: Milan primo con 55 punti, Napoli secondo a 52. Soltanto un ingenuo fallo di Aronica ad inizio secondo tempo, che toccò con il braccio un pallone innocuo destinato a spegnersi sul fondo, spianò la strada ai rossoneri, che s’imposero poi 3-0. La settimana dopo, con gli azzurri ancora orfani di Lavezzi, l’arbitro Mazzoleni (e chi se no?) non vide un gol di Cavani contro il Brescia. La palla aveva nettamente varcato la linea ma finì 0-0. Addio sogni di gloria? No, perché anche il Milan rallentò. Il 3 aprile, mezzogiorno di fuoco a Fuorigrotta: Napoli-Lazio 4-3 fu una girandola di emozioni e di reti. Una partita impossibile da descrivere. Doppio vantaggio ospite, rimonta in 2 minuti di Dossena e Cavani. Gol fantasma di Brocchi non visto, un minuto dopo autorete di Aronica per il nuovo vantaggio laziale. Infine, doppietta decisiva di Cavani. Il gol del 4-3 fu un pallonetto dal limite dell’area, con la sfera che entrò lentamente in porta dopo aver scavalcato Muslera, facendo letteralmente impazzire tutto lo stadio. Cavani rimediò anche un cartellino giallo, che gli valse la squalifica per la partita successiva a Bologna. Ma Peppe Mascara, acquistato a gennaio insieme allo spagnolo Victor Ruiz, non lo fece rimpiangere. Il Napoli s’impose 2-0 in Emilia. A 6 giornate dalla fine, la classifica recitava: Milan primo con 65 punti, Napoli 62. Purtroppo, però, il grande sogno svanì definitivamente la settimana dopo contro l’Udinese. Gran gol di Denis che non esultò, perché aveva giocato con il Napoli. Grandissimo raddoppio di Inler che non esultò, perché avrebbe giocato con il Napoli. In compenso, esultò eccome Maurizio Domizzi, ex dal dente avvelenato, che aveva preteso la cessione per una mai del tutto chiarita vicenda personale. Sfumata ogni velleità di primato, nelle giornate conclusive gli azzurri rallentarono, accontentandosi di una comunque storica qualificazione in Champions League. Il verdetto matematico arrivò con 90 minuti d’anticipo, in casa contro l’Inter. Fu una festa grandissima per una squadra che aveva ottenuto un traguardo impensabile, arrivando addirittura a lottare per lo scudetto, contro ogni pronostico. I partenopei chiusero al terzo posto, con 70 punti. Edinson Cavani fu capocannoniere azzurro con 26 reti, spazzando via il precedente record di segnature di Antonio Vojak, che durava dal 1933. Fu un Napoli tenace, che andò ben oltre le aspettative, strappando con le unghie e con i denti punti preziosi nei minuti di recupero. La delusione per lo scudetto mancato fu immediatamente mitigata dalla consapevolezza che, quell’anno, di più proprio non si poteva pretendere. E poi, a rendere dolcissimo quel maggio 2011 ci pensò la smania di vedere il Napoli giocare finalmente in Champions League.

Domenico Fabbricatore