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Gli scudetti sfiorati di Aurelio. Parte III – Stagione 2015/16, l’alba della Grande Bellezza

Con la certezza matematica del ritorno in Champions League, a maggio 2013 Walter Mazzarri annunciò il suo addio alla panchina azzurra. Disse di aver bisogno di un periodo di riposo. Poche settimane dopo, invece, firmò con l’Inter. De Laurentiis rispose con un colpo a sorpresa, ingaggiando uno degli allenatori più vincenti su piazza: lo spagnolo Rafa Benitez. In estate, poi, venne confermata una voce che circolava già da tempo. Il Paris Saint Germain pagò la clausola rescissoria per il goleador Edinson Cavani: 63 milioni di euro netti, all’epoca una cifra mostruosa. Il Matador raggiunse così Lavezzi a Parigi, lasciando moglie e figli a Napoli. Era arrivato come religiosissimo atleta di Cristo, senza peccati né vizi, se ne andò con un contratto super milionario, un divorzio e una nuova compagna. Piuttosto freddo al momento dell’addio ai tifosi che l’avevano adorato per tre anni, fu fischiato al suo ritorno al San Paolo, in un’amichevole estiva. Scosse la testa, poi seppe farsi perdonare da una platea, in fondo, dal cuore d’oro. Che l’avrebbe atteso per anni invano all’Hotel Vesuvio. Senza Cavani sembrava ormai tramontata la bella stagione. Invece no, perché i tanti soldi della clausola furono impiegati come meglio non si potesse. Fu la campagna acquisti più convincente dell’era De Laurentiis. Arrivarono rinforzi importanti, addirittura straordinari nel rapporto tra qualità e prezzo, che avrebbero scritto pagine indelebili di storia azzurra. Dal Psv, per circa 10 milioni di euro, fu ingaggiato il belga Dries Mertens, presto ribattezzato “Ciro” per la sua perfetta compatibilità con il popolo napoletano. Dal Real Madrid, per circa 9 milioni fu preso l’esterno d’attacco Josè Maria Callejon, un acquisto inizialmente poco considerato (forse per l’assonanza del nome con Josè Luis Calderon, celebre bidone di fine anni 90) ma che sarebbe diventato titolare inamovibile. In difesa, per circa 12 milioni arrivò sempre dai blancos Raul Albiol, difensore di grande esperienza. Terzo e più clamoroso affare con il Real: per circa 34 milioni si vestì d’azzurro l’attaccante argentino Gonzalo Higuain. Molti detrattori, soprattutto di fede bianconera, dissero che fu un acquisto strapagato, per quello che era in fondo la riserva del coetaneo Benzema. Appena tre anni dopo ne avrebbero glorificato l’arrivo, al triplo della spesa. A completare l’attacco, un giovane colombiano che avrebbe trovato la definitiva consacrazione solo anni dopo e altrove: Duvan Zapata. A difesa dei pali, il direttore Bigon scommise sul giovane brasiliano Rafael. Con molto buon senso, Benitez convinse un suo vecchio pupillo a rivestire il ruolo di “chiocchia”. In prestito dal Liverpool fu preso dunque Pepe Reina, che giocò di fatto titolare, lasciando poche volte i guantoni al più giovane collega, che poi ebbe anche la sfortuna di rompersi il crociato. Per una volta fu apprezzabile anche il mercato di gennaio, con gli arrivi del terzino sinistro Faouzi Ghoulam e del regista Jorginho. Meno memorabili gli arrivi degli esterni Henrique e Reveillere. Un Napoli, dunque, decisamente rinnovato e ambizioso. Al primo tuffo nel mare del golfo, però, Gonzalo Higuain rischiò di farsi seriamente male contro uno scoglio. Se la cavò con 8 punti di sutura sul mento e un nuovo look con barba a nascondere la ferita. L’attaccante era ospite di Paolo Cannavaro. La disavventura minò in qualche modo i rapporti tra il presidente e il capitano, che fu presto ceduto al Sassuolo. Il Napoli 2013/14 viaggiò a buon ritmo, sia in campionato che in Champions League. Ma la Roma, che doveva cancellare lo shock della coppa Italia persa in finale con la Lazio, si mise a fare la lepre con ben 10 vittorie consecutive. La Juve rispose allo scatto e le due battistrada viaggiarono con un passo troppo svelto per un Napoli che aveva come slogan una frase di Goethe più volte citata dal suo colto allenatore: “sin prisa pero sin pausa”. Tradotto: senza fretta ma senza tregua. Peccato che le altre due di fretta ne avessero eccome, soprattutto la Juventus che vinse lo scudetto con il punteggio record di 102 punti. Agli azzurri non ne furono sufficienti 12 nel girone di Champions per passare il turno. Il beffardo terzo posto per differenza reti costrinse i partenopei a continuare l’avventura internazionale in Europa League, eliminati poi dal Porto. Arrivò la coppa Italia, nella tragica notte del 3 maggio in finale a Roma contro la Fiorentina. Gli azzurri eliminarono in semifinale i giallorossi, in una memorabile partita di ritorno al San Paolo. Ad inizio secondo tempo, arrivò in tribuna Lui: Diego Armando Maradona. Nell’aria si creò un’atmosfera incredibile, una vera e propria scossa elettrica che fulminò gli uomini di Garcia in pochi minuti. Daniele De Santis, detto Gastone, un teppista vestito da ultrà, ferì gravemente con un colpo di pistola il trentenne Ciro Esposito. Il tifoso napoletano morì dopo lunghi giorni di atroce agonia. Il Napoli vinse 3-1 e conquistò la seconda coppa Italia dell’era De Laurentiis. In campionato, gli azzurri chiusero terzi con 78 punti. La posizione non garantiva l’accesso diretto alla successiva Champions League, occorreva vincere il preliminare. Meno convincente si rivelò il mercato dell’estate 2014, impreziosito però dall’arrivo dal Genk di un giovane difensore dal fisico statuario: Kalidou Koulibaly. Decisamente rivedibili gli acuisti di De Guzman, David Lopez e Michu. Quest’ultimo esordì malissimo, evitando di calcire a rete a colpo sicuro nel preliminare d’andata contro l’Athletic Bilbao. Il Napoli perse contro i baschi e fu retrocesso in Europa League. In porta non c’era più Pepe Reina, andato a fare il dodicesimo al Bayern Monaco. Rafael divenne titolare e partì anche bene, con una grande prestazione all’esordio in campionato contro il Genoa. Poi il suo rendimento calò, non aiutato dal modulo tattico proposto da Benitez. Il 4-2-3-1 scelto e mai corretto dal tecnico spagnolo sapeva essere micidiale nei momenti di grazia ma terribilmente sbilanciato in altre circostanze. In pratica, quando giravano gli attaccanti, tutto bene. In caso contrario erano dolori. La difesa non era adeguatamente coperta da un centrocampo di fatto senza incontristi. Koulibaly era ancora acerbo, Raul Albiol visse la sua stagione peggiore. Il povero Rafael si vide arrivare palloni da tutte le parti. Ci mise del suo, ad esempio a Palermo, dove prese gol da centrocampo. Fu comunque determinante per il secondo trofeo conquistato da Benitez: la Supercoppa Italiana a Doha contro la Juventus. Un 2-2 di marca argentina, con le doppiette di Tevez e Higuain. Ai rigori ci furono errori incredibili da una parte e dall’altra. Alla fine vinse il Napoli, dopo aver rischiato più volte di perdere, con la parata decisiva di Rafael su Padoin. Le successive incertezze tra i pali costarono però il posto da titolare al brasiliano, sostituito da Andujar, senza grandi progressi. Il Napoli 2014/15, infatti, Supercoppa a parte, fu a tratti irritante. Buttò via sia la finale di Europa League, perdendo contro il Dnipro, sia la finale di coppa Italia in casa contro la Lazio. Soprattutto, all’ultima giornata sprecò malamente l’opportunità di qualificarsi in Champions, sempre contro la Lazio, al termine di una partita incommentabile. Sotto di 2 reti alla fine del primo tempo, gli azzurri riuscirono a rimontare con la doppietta di Higuain. Il calcio di rigore del sorpasso fu calciato dallo stesso argentino, che sparò in curva. Poi i laziali vinsero 4-2. Il giorno dopo, Benitez volò a Madrid per diventare il nuovo allenatore del Real. Ma sarebbe durato poco. Fu un’estate di grandi dubbi e tormenti. Chi sarebbe stato il nuovo allenatore? Che fine avrebbero fatto alcuni calciatori? Higuain sarebbe rimasto? Aurelio De Laurentiis corteggiò a lungo Unai Emery, allenatore del Siviglia specializzato in Europa League. Dopo tanti giorni e altrettante indiscrezioni, alla fine si puntò non su un profilo internazionale ma su di un allenatore nato a Napoli e cresciuto nella provincia toscana, con alle spalle tanta gavetta ed un unico anno di serie A, quello della stagione precedente ad Empoli: Maurizio Sarri. Naturalmente, tra la tifoseria partenopea si sprecarono i pronostici nefasti delle troppe cassandre convinte di capirne di calcio. Anche per i più ottimisti stava iniziando la parabola discendente della gestione di De Laurentiis, con l’inevitabile “provincializzazione” del suo Napoli. Nè il mercato sollevò il morale di costoro, convinti di poter assistere, nella migliore delle ipotesi, ad una lotta per le posizioni utili per la seconda fascia europea. Ci fu il ritorno tra i pali di Reina, certo. Ma, per il resto, i nomi proposti dal nuovo direttore sportivo Cristiano Giuntoli, a sua volta all’esordio in serie A, non stuzzicavano la fantasia della piazza. Chiriches dal Tottenham, Allan dall’Udinese, Hysaj e Valdifiori dall’Empoli. Partirono Andujar, Britos, Gargano, Michu e soprattutto Gokhan Inler. Un Napoli senza nomi di grido, guidato da un allenatore provinciale. Cosa ci si poteva mai aspettare? Emblematica, oltre che divertente, la parodia dell’attore napoletano Gino Rivieccio, che vestì i panni del nuovo tecnico del Napoli, alternando l’accento toscano al dialetto napoletano. Il Sarri di Rivieccio rispondeva così alle domande dei vari Silver Cachis e Paolo Senzagenio (spassose parodie di giornalisti reali): “Sono hontento di essere stato la prima scelta di De Laurentiis, dopo Emery…Spalletti…Prandelli…Ancelotti…Mihajlovic…Specchia e Hapuano”. Nel ritiro di Dimaro, in silenzio ma con grande determinazione, il vero Sarri stava pian piano correggendo i difetti erdeitati dal suo pluridecorato predecessore. Il primo mattone fu posto con l’incontro con Gonzalo Higain, accolto dal tecnico con un rassicurante sorriso: “fidati di me”, sembrava suggerire lo scatto fotografico al momento della stretta di mano tra i due. In fondo, Sarri poteva contare su un Napoli competitivo, che aveva bisogno soltanto di alcuni accorgimenti, soprattutto tattici. Rafa Benitez aveva attirato in riva al golfo tanti giocatori di livello, adesso serviva soltanto la persona giusta che li allenasse a dovere. Il lavoro svolto da Sarri fu esemplare, a partire dalla difesa. Kalidou Koulibaly, sgrezzato dalle sue lacune, divenne un difensore formidabile. Raul Albiol, nonostante una differenza di palmares impressionante con il suo nuovo allenatore, si mise a disposizione con l’umiltà di un giovane alle prime armi. Jorginho apprese velocemente le giuste nozioni e divenne rapidamente uno dei registi più desiderati d’Europa. Eppure, il Napoli di Sarri non partì bene, dando ragione almeno inizialmente alle famose cassandre estive. All’esordio a Reggio Emilia, contro il Sassuolo, il tecnico toscano varò il 4-3-1-2, scegliendo Maggio a destra e Hysaj a sinistra. La cabina di regia fu affidata a Valdifiori. Insigne fu provato trequartista, dietro a Higuain e Mertens. Il resto lo fecero i muscoli ancora imballati dall’importante preparazione atletica. Segnò subito Hamsik ma poi il Napoli perse 2-1. Contro la Sampdoria andò un po’ meglio, con la doppietta di Higuain nel primo tempo, cui seguì nuovamente il calo fisico nella ripresa, con i doriani che recuperarono il doppio svantaggio e per poco non vinsero la partita. Ad Empoli, un altro 2-2. Dopo 3 partite, gli azzurri avevano soltanto 2 punti in classifica. Sarri sapeva di non chiamarsi Benitez, a cui furono perdonati ben due anni di evidenti errori tattici, con qualcuno che gli avrebbe affidato la panchina azzurra anche per la terza stagione. Lo stesso Diego Armando Maradona non si espresse positivamente nei confronti del nuovo tecnico. Il toscano rispose per una volta da fuoriclasse ai microfoni. Non replicò alle critiche di Diego, anzi si disse già onorato che il più grande calciatore della storia conoscesse il suo nome. Ma chiamandosi appunto Sarri e non avendo alle spalle un curriculum di un certo livello, il tecnico sapeva di non avere molto tempo a disposizione. Il cambio di passo arrivò all’esordio in Europa League in casa contro il Club Bruges. Piccola ma decisiva variazione tattica, con il varo del 4-3-3 e lo spostamento di Insigne nel suo ruolo naturale. Hysaj fu definitivamente collocato a destra mentre a sinistra sbocciò il talento di Ghoulam, che con i dettami del nuovo allenatore sarebbe diventato uno dei migliori terzini mancini in circolazione. Il Napoli trionfò 5-0. Ma il successo europeo non convinse ancora la platea di Fuorigrotta. Non si presentarono in più di 10.000 per il successivo impegno in campionato contro la Lazio, che pure presentava la ghiotta opportunità di una rivincita dopo la sconfitta decisiva del campionato precedente. I pochi affezionati che diedero fiducia a Sarri si godettero uno spettacolo indimenticabile. Napoli-Lazio si risolse in un monologo partenopeo e con un indiscutibile 5-0. Nel turno infrasettimanale, lo 0-0 in casa della matricola Carpi fece rialzare la testa ai detrattori della prima ora. Ma poi arrivarono 5 vittorie consecutive. La prima, contro la Juventus che era partita malissimo ed arrancava nelle zone basse della classifica. Insigne e Higuain firmarono il 2-1 sui bianconeri. La settimana dopo, alla Scala del calcio, il Napoli di Sarri mise in scena un altro capolavoro, andando ad impartire un’incredibile lezione di calcio al Milan del compianto Sinisa Mihajolovic, demolito con perentorio 0-4. La momentanea capolista della serie A era la Fiorentina di Paulo Sousa, sconfitta al San Paolo ancora con un 2-1 con reti di Insigne e Higuain. Con la Juventus attardata, il primato in classifica fu quindi occupato dall’Inter di Roberto Mancini, che giocava un calcio orrendo ma vinceva spesso 1-0. La sera del 30 novembre 2015, andò in scena a Fuorigrotta lo scontro diretto, alla giornata numero 14. Inter prima con 30 punti, Napoli secondo a 28. Gonzalo Higuain impiegò meno di due minuti per punire una difesa nerazzurra che non subiva reti da tante giornate. Il Pipita raddoppiò nel secondo tempo. Il Napoli vinse 2-1 e per la prima volta dal 29 aprile 1990, giorno del secondo titolo tricolore, si ritrovò da solo in testa alla classifica di serie A. Ma la stampa nazionale preferì elogiare il grande finale dell’Inter, che in inferiorità numerica colpì due pali clamorosi in pieno recupero. Il Napoli ci mise del suo per non farsi osannare, perché la settimana dopo incappò in una giornata storta a Bologna, perdendo partita e primato, nonostante la doppietta del Pipita nei minuti conclusivi. Nell’ultima giornata del girone d’andata, l’Inter perse in casa contro il Sassuolo. Il Napoli passeggiò a Frosinone ed ottenne il platonico titolo di campione d’Inverno. L’ultima volta era capitato nel 1989/90, appunto nell’anno del secondo scudetto. I tifosi avevano abbandonato tutto lo scetticismo estivo e si erano lasciati travolgere dall’armonia del Napoli più bello dai tempi di Maradona. L’Inter si prese la sua rivincita in coppa Italia, eliminando gli azzurri ai quarti di finale in gara unica. Fu quella la sera movimentata dalle denunce di omofobia di Roberto Mancini nei confronti di Sarri, reo di aver rivolto al futuro commissario tecnico una parola certamente da censurare. Solitamente, certi episodi di campo finiscono in campo. Ma a Mancini, che comunque era ancora in lotta per lo scudetto, in quel momento interessava agitare le acque in casa partenopea, più che effettivamente denunciare l’episodio. Si presentò ai microfoni della Rai con il volto sconvolto e disse senza mezzi termini che un personaggio come Sarri non poteva allenare in serie A. La replica del toscano, che non è mai stato un fenomeno di comunicazione, fu imbarazzante. La Tv di stato, che aveva conservato solo i diritti della coppa Italia, ne approfittò per dare grande enfasi alla faccenda. Ne seguì l’immancabile polverone mediatico ma il Napoli non perse terreno in classifica. Dietro, però, ad appena 2 punti, era prepotentemente tornata la Juventus, che dalla vittoria nel derby contro il Torino colto all’ultimo respiro aveva sempre e solo vinto, trascinata dalle prodezze di Dybala. Azzurri e bianconeri iniziarono un lungo duello a colpi di vittorie. Ad ogni trionfo della squadra di Sarri rispondevano gli uomini di Allegri, spesso con risicati 1-0 che all’epoca non si chiamavano ancora vittorie di “corto muso”. Le 8 affermazioni consecutive dei partenopei non furono sufficienti a staccare i più quotati rivali bianconeri, che dal canto loro arrivarono a ben 14 successi consecutivi. Si giunse così alla data fatidica dello scontro diretto a Torino, il 13 febbraio 2016, giornata 25 di campionato. Napoli primo con 56 punti, Juventus 54. Fu una partita bloccata, senza grandi emozioni. La Juventus aveva delle assenze importanti, sopperite comunque da una rosa di altissimo livello. Sarri non poteva contare su ricambi altrettanto validi e di fatto in campo andavano sempre gli stessi. Fatalmente, a febbraio la sua squadra non era brillante come qualche settimana prima, infatti fu anche eliminata in Europa League dal Villarreal, dopo un girone costellato da tutte vittorie. Allo Juventus Stadium la sfida stava lentamente scivolando verso un insipido 0-0. Nel primo tempo, Leonardo Bonucci riuscì a deviare con la punta del piede un preciso cross di Hysaj destinato ad essere trasformato in gol da Higuain. Fu un salvataggio clamoroso. Ma fu un altro impercettibile tocco con la punta del piede, quello di Raul Albiol, a deviare di quel tanto un tiro non irresistibile di Simone Zaza al minuto 88. La traiettoria beffò un Pepe Reina un po’ troppo fuori dai pali. Vinse la Juve, ancora una volta 1-0, prendendosi il primato. Il Napoli fallì il controsorpasso la settimana dopo, non andando oltre il pareggio in casa contro il Milan, con i bianconeri che fecero 0-0 a Bologna dopo 15 vittorie consecutive. A Firenze, un altro 1-1, con rete di Higuain. Quel giorno De Laurentiis si disse soddisfatto di aver rivisto finalmente l’argentino in forma, perché a suo dire nei giorni precedenti aveva messo qualche chilo di troppo. Fu forse la dichiarazione che causò uno strappo tra le parti mai più ricucito. Il Pipita incappò ad Udine in un cartellino rosso e perse la testa, arrivando a contatto con l’arbitro Irrati. Scattò inesorabile la squalifica, inizialmente di 4 giornate poi ridotte a 3. Il Napoli perse definitivamente contatto dalla vetta. La sconfitta all’Olimpico, contro la Roma affidata nuovamente a Luciano Spalletti dopo l’esonero di Garcia, regalò matematicamente il tricolore alla Juventus. Il quinto consecutivo per i bianconeri. Agli azzurri non rimase altro obiettivo che difendere il secondo posto dall’assalto degli indomiti giallorossi. Ci riuscì grazie ai gol a ripetizioni del suo attaccante, indiscusso capocannoniere del campionato. La sera del 14 maggio 2016, nell’ultima giornata di campionato contro il Frosinone, la storica tripletta di Higuain cancellò un primato di reti in serie A che apparteneva a Gunnar Nordhal dal 1950. Per il Pipita fu la migliore stagione della sua vita, con 36 gol in 35 partite. L’argentino celebrò l’impresa con un giro d’onore sotto la pioggia, tenendo bene in vista il pallone della tripletta. Nessuno avrebbe mai immaginato che quel saluto alla folla estasiata non era un arrivederci. Ma un sanguinoso e mai perdonato addio.

Domenico Fabbricatore