Marco Pantani un mistero italiano
Venti anni fa ci lasciava Marco Pantani
Non so se sia andata veramente così, l’unica cosa certa è che non è andata come venne riportato dai media, fortunatamente la verità, seppur a fatica è venuta a galla, grazie alla tenacia di mamma Tonina e al programma televisiva delle “Iene”.
Andiamo con ordine, 14 febbraio 2004, oramai Marco ha trentaquattro anni, da un anno si è ritirato dalle corse anche se ha la bicicletta sempre nel cuore, sempre con lui, anche fuori dal residence dove è ospite e nonostante sia vicino casa decide di non abbracciare i suoi genitori, si sente inquieto, inforca la bici e inizia a pedalare. Non è chiaro quale sia la sua destinazione, anche perché la bicicletta sembra sia più leggera e la salita meno ripida, anzi sembra che l’attrito con la strada sia scomparso, sembra di volare, di scalare il cielo per arrivare lassù, verso una luce intensa che brilla.
Si sente libero e felice, sono scomparse rabbia e odio, anche verso coloro che lo hanno distrutto, non parliamo di rivali sportivi ma di luridi affaristi che ben poco hanno a che fare con lo sport. Mentre mulina sui pedali la vita scorre davanti in un continuo flashback e si ritrova improvvisamente a quel maggio del 1994. Alla sua partecipazione al Giro d’Italia che quell’anno viene trasmesso da Mediaset e non dalla Rai, ai microfoni sempre un De Zan ma non il “mitico” Adriano, bensì il figlio Davide, con cui nascerà una sincera amicizia, tanto da indurre il giornalista di Mediaset a non fermarsi alle apparenze ma ad andare oltre… oltre gli errori degli inquirenti e alle malelingue aizzate da chi aveva qualcosa da nascondere.
In quel week-end di maggio, milioni di persone sono incollate alla Tv, comodamente sedute sul divano, mentre il “gruppo” affronta due tappe dolomitiche che possono decidere le sorti del giro. Per la prima volta il grande favorito, il Navarro Miguel Indurain è in difficoltà e la maglia rosa è sulle spalle del russo Berzin, ma l’Italia quel giorno scoprirà un fenomeno, un ragazzo di ventiquattro anni che causa la stempiatura ne dimostra molti di più, è un romagnolo purosangue, si chiama Marco Pantani e milita nella Carrera. Avrebbe dovuto disputare il giro come gregario del capitano Chiappucci ma essendo il varesino in crisi, Pantani è libero di fare la sua corsa, scatta sul passo di Monte Giovo e stacca tutti e si butta in discesa in una posizione aerodinamica efficace ma pericolosa e a Merano arriva davanti a tutti e guadagna anche posizioni in classifica.
Il giorno seguente si arriva all’Aprica e il giro affronta una salita inedita, considerata difficilissima, il mitico Mortirolo. Pantani stacca tutti, vince all’Aprica e si avvicina alla maglia rosa, purtroppo nell’ultima tappa alpina, il week end successivo, le condizioni atmosferiche sono proibitive e l’arrivo al Sestriere è innevato per cui meglio non rischiare e si dovette accontentare della piazza d’onore dietro il russo Berzin, pazienza ci sarà tempo e modo per rifarsi.
Quell’anno partecipò anche al tour e complice la non smagliante forma del capitano Chiappucci, Pantani da spettacoli sul Tourmalet, Alpe d’Huez e stabilisce il record di scalata, ancora imbattuto, del Mont Ventoux, chiude quel tour al terzo posto.
La sua carriera sembra destinata ad una ascesa iperbolica e invece la sfortuna è dietro l’angolo e per quattro anni le sue performance non sono all’altezza della sua classe, complice le numerose cadute, che lo terranno lontano dalle corse, fino al 1998 quando, con la maglia della Mercatone Uno, centra l’accoppiata Giro-Tour, riuscita in passato a pochissimi campioni e viene sopranominato “Il Pirata” per la bandana che indossa in corsa e che getta via prima di alzarsi sui pedali e staccare tutti in salita.
L’anno successivo in maglia rosa viene fermato dai medici per un caso sospetto di doping, ematocrito alto, e deve abbandonare il giro, è l’inizio della parabola discendente, anche se la decisione di escluderlo dal giro sembra affrettata e sospetta, per la cronaca il giro lo vincerà Gotti, mentre Salvoldelli si rifiuta di indossare la maglia rosa, per rispetto al pirata.
Dopo anni di ricerche e di depistaggi e di negligenza delle forze dell’ordine, si scoprirà che Pantani non è stato sconfitto dagli avversari ma da un manipolo di criminali che volevano arricchirsi sulle scommesse. Nonostante sporadici successi ancora al tour de France, il Pirata non si riprende più.
Ritorniamo a quel 14 febbraio di venti anni fa, Marco sta pedalando come ai vecchi tempi la bici non si inerpica sulle strade di montagna ma fluttua nell’aria leggera, sempre più leggera, quando taglia un traguardo speciale, non è uno striscione ma un cancello aperto con una luce splendente, Marco alza le mani per poi abbandonarsi a terra affaticato, chiude gli occhi, sente dei rumori, delle voci, che seppur vicine sembrano lontane, troppo lontane… e poi non sembrano voci amiche, anzi… meglio dunque rimanere e contemplare la luce, il cancello si chiude, precludendo l’ingresso alle brutture e alle storture del mondo, Marco è sereno e saluta un anziano vestito di bianco con un mazzo di chiavi legato alla cintola che lo accoglie calorosamente.
Venti anni fa, come oggi è San Valentino e Marco con la sua partenza, o meglio chi lo ha costretto a partire, ha spezzato il cuore di milioni di innamorati del ciclismo, molti dei quali non hanno mai creduto alla storia del suicidio e della cocaina, Marco Pantani è stato ammazzato.
Mimmo Bafurno
