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Tu lo ricordi Claudio?

In punta di piedi, come spesso parava, ci ha lasciati Claudio Garella. Decisamente troppo presto, per una generazione di tifosi, in particolare di Verona e Napoli, rimasti all’improvviso orfani di un emblema di un calcio che non c’è più. Un portiere atipico, per molti versi, ma decisamente anni 80, perfettamente incastonato nel decennio più bello del calcio italiano. I portieri di oggi sono atleti dal fisico scolpito, che hanno imparato ad usare i piedi per impostare dal basso il gioco della propria squadra. Garella era tutt’altro: un uomo dal fisico normale, semmai in quotidiana lotta con i chili di troppo, che usava i piedi, ed altre parti del corpo, per respingere le conclusioni degli avversari. Il suo compito, ogni domenica pomeriggio, era evitare agli altri di fare gol. Il come ci riusciva, non era importante. Garella è entrato nel cuore degli sportivi della sua epoca proprio per questa sua maniera particolare di parare, più d’istinto che di tecnica. La sua carriera è stata caratterizzata da momenti di alti e bassi, ben spiegati dai soprannomi che l’hanno accompagnato. Per i tifosi della Lazio era “Paperella”. Per Beppe Viola, grande giornalista dell’epoca, i suoi errori erano “garellate”. Ma poi a Verona è diventato “Garellik”, eroe indiscusso dello storico scudetto degli scaligeri. In Veneto, Garella ha vissuto senza dubbio gli anni migliori, con una cavalcata iniziata in serie B e conclusasi con il trionfo tricolore. La stagione 1984/85 fu il suo capolavoro. Il Verona era una buona squadra, con elementi interessanti e due acquisti stranieri decisamente indovinati, ma non era costruito per vincere il campionato. Il contributo di Garella a quell’impresa fu determinante, al punto da mettere quasi in ombra le giocate dei compagni. Per salvaguardare gli equilibri dello spogliatoio, l’allenatore Osvaldo Bagnoli fu costretto a ridimensionare pubblicamente le imprese del proprio portiere. Successe una prima volta a Roma, alla sesta di campionato, uno 0-0 indiscutibilmente firmato dalle grandi parate del numero uno gialloblu. “Ha solo fatto il suo dovere”, tagliò corto il tecnico. Successe una seconda volta e con maggiore enfasi a Napoli. Un altro preziosissimo 0-0 e altra domenica sensazionale di Garella, che quando voleva con le mani sapeva parare eccome. Al termine della gara Bagnoli si scontrò duramente con Enrico Ameri, che alla radio aveva sottolineato i meriti dell’estremo difensore. “Garella è un portiere che non trattiene la palla, tutte le volte che si tuffa e respinge il pallone sembra una grossa parata”. Così sbottò Bagnoli, in diretta radiofonica, mentendo sapendo di mentire. Ma senza il buon Claudio, il Verona non sarebbe diventato campione d’Italia nel 1985. Meno determinante, invece, il contributo alla causa del primo scudetto del Napoli. Quello fu lo scudetto di Maradona, naturalmente. Ma Garella seppe far breccia nel cuore dei tifosi partenopei, nonostante le sue domeniche pomeriggio fossero molto più tranquille rispetto a Verona. Due scudetti conquistati, dunque, entrambi dal sapore storico. Avrebbero potuto essere tre. Ma il 1° maggio 1988, al San Paolo scese in campo un Milan superiore, soprattutto dal punto di vista atletico. Al cospetto dei rossoneri tirati a lucido, con Gullit su tutti, i chili di troppo del portiere quel pomeriggio sembrarono addirittura di più. Assieme a Bagni, Giordano e Ferrario, Garella pagò la rivolta contro Bianchi con un immeritato allontanamento. Ripartì da Udine, in serie B, contribuendo con le sue parate, una addirittura in rovesciata, al ritorno dei friulani in massima serie. Un ultimo campionato con l’Udinese in serie A, poi l’addio ed il lento e doloroso oblio. Si era lamentato che il mondo del calcio si fosse dimenticato di lui. Troppo tardi, nel giorno della sua morte, tutti si sono ricordati di quanto fossero belle le domeniche pomeriggio quando in porta c’era Garella. Quasi fosse un segno del destino, se n’è andato alla vigilia di Verona-Napoli. La sua partita, che arriva alla prima giornata come nel 1984/85, il giorno dell’esordio di Maradona nel campionato italiano. E’ bello immaginarli insieme, Lassù, Claudio e Diego, magari insieme a Giuliani che li ha preceduti, a ricordare un calcio che non c’è più.

Domenico Fabbricatore