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Era l’anno dei mondiali, quelli dell’86

Sono passati quarant’anni esatti, dai mondiali messicani del 1986. E se Paolo Rossi “era un ragazzo come noi” (in realtà, quello citato da Venditti non era Pablito), Diego Armando Maradona no. Già non era un essere umano normale. Forse non lo è mai stato. «Non sarò mai un uomo comune », ebbe a dire successivamente Diego stesso a Gianni Minà. In quell’afoso giugno del 1986, Maradona era il “barrilete cosmico”, indiscutibilmente il miglior calciatore in circolazione, forse il personaggio più famoso al mondo, di certo tra i più influenti dell’epoca.
Nessun altro artista della pelota ha attratto e diviso le folle come lui. Nemmeno Pelè che, all’apice della carriera, sempre in Messico, nel 1970, dovette dividere la gloria con compagni di squadra di straordinario calibro, nonché lasciare la palma di “partita del secolo” ad una sfida che non ha giocato.

Nel 1986, non ce ne fu per nessuno. Eppure i fuoriclasse abbondavano, nel decennio probabilmente più fulgido della storia del football. C’erano tutti i più grandi, taluni un po’ attempati. Ma i migliori erano presenti nelle alture messicane. C’erano Platini, Rummenigge, Matthaeus, Zico, Socrates. Il capocannoniere Lineker, gli astri nascenti Laudrup e Butragueno, i futuri compagni del Pibe, Careca e Alemao, l’idolo di casa Hugo Sanchez.

C’erano persino i calciatori italiani, che alla kermesse iridata marcano adesso visita da dodici anni. Quella volta erano ammessi addirittura d’ufficio, da campioni in carica. Tutti in ombra, al cospetto del mas grande.
Chiedetelo a Giovanni Galli: «Il mio errore è stato aver considerato Maradona un giocatore normale », confessò anni dopo il portiere titolare dell’Italia a quel mondiale.

Per anni è stato accusato di aver preso un gol stupido, nell’1-1 contro l’Argentina nel girone. In carriera, gliene fece di tutti i colori, Diego, al povero Galli, per il quale ha sempre comunque nutrito una stima particolare, al punto da volerlo anche al Napoli nel 1990. Ma quante gliene ha combinate! Gli segnava veramente in tutti i modi, addirittura di testa da fuori area. Ci vollero anni, al toscano, per rifarsi una reputazione. E però in nazionale non è più tornato, vittima innocente di un colpo di genio.

Nessuno si accorse, all’epoca, in realtà molti faticano tuttora ad accettare ancora la realtà. Eppure c’è una foto eloquente, che spiega tutto. Il povero Scirea che cerca di intercettare il pallone all’altezza del terreno, mentre Diego aveva già calciato, rubando il tempo a lui e a Galli, che rimase immobile “come un baccalà” (parole sue). Ma tutti sembravano dilettanti, al suo cospetto.

Si prenda, ad esempio, il celeberrimo quarto di finale contro l’Inghilterra. Quello dei quattro minuti che hanno cambiato la storia del calcio. Nell’azione passata alla storia per la “mano de Dios” sbagliano tutti, tranne lui. C’è Diego in possesso palla, inizia a dribblare i difensori inglesi, poi decide di passarla a Valdano, uno dei pochi elementi validi in quella nazionale argentina zeppa di piedi ruvidi. Ebbene, Valdano sbaglia clamorosamente il controllo. La palla gli fugge in avanti. Ma l’inglese Reid fa peggio, calciando verso la propria porta.

Peter Shilton, uno dei portieri più longevi e vincenti del Regno Unito, salta con l’agilità di un pensionato. Ovviamente, sbagliano alla grande arbitro e guardalinee. Solo Maradona fa tutto giusto, anche nell’inganno. La mano sinistra sfiora il pallone quanto basta, con la testa che simula un colpo che non c’è mai stato. E’ il gol irregolare più famoso di tutti i tempi, intriso di retorica, sia in un senso che nell’altro. Gli ammiratori ci hanno visto la rivalsa degli argentini, massacrati dagli inglesi pochi anni prima per un paio di scogli in mezzo all’oceano. I detrattori di Diego, soprattutto in epoca moderna, in epoca social, lo hanno invece definito il più grande furto della storia.

Ognuno si tenga la propria verità. A cominciare da Shilton, che ha recentemente dichiarato di non aver mai perdonato Maradona per quel gol. Dal canto suo, Diego ha sempre sostenuto che il portiere non si accorse del tocco con la mano. L’unico ad accorgersene, secondo el Diez, fu Fenwick, che in effetti fu il solo a protestare in maniera veemente nei confronti dell’arbitro. Gli altri, compresi gli spettatori dell’Azteca, rimasero col dubbio, chiarito solo dalle immagini a fine gara.

Un gol irregolare. L’altro, addirittura illegale. Quello del raddoppio, quattro minuti dopo. E qua non c’è detrattore che regga. Non c’è nessuno che possa negare che in quei dodici tocchi in undici secondi ci sia tutta la bellezza purissima del gioco del calcio. Fu l’inglese Peter Beardsley a spiegare meglio di tutti quel mondiale: «se Maradona fosse nato a Toronto, il Canada sarebbe in finale». Gli fece eco il belga Eric Gerets, sconfitto in semifinale da altre due perle meravigliose del fuoriclasse argentino: «la differenza è che noi non abbiamo un giocatore come Maradona. Se lo metti nella nostra squadra, è 2-0 per noi ».

Semplice. Talmente evidente la superiorità di Diego, che Franz Beckenbauer, commissario tecnico della Germania Ovest, decise di sacrificare il suo fuoriclasse, Lothar Matthaeus, in marcatura fissa su Diego in finale. Tutto inutile. Era l’anno dei mondiali, quelli dell’86. E Diego Armando Maradona era il calciatore più forte del pianeta.

Domenico Fabbricatore

 

 

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Era l’anno dei mondiali, quelli dell’86