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Un tempo e addio?

Un’altra partita che ha seguito un copione già visto. Come a Torino, anzi peggio, il Napoli a Oporto ha resistito per un tempo, poi si è sciolto. Il 4-1 del Dragão è il risultato di una crisi che viene da lontano: una squadra stremata, fragile e lasciata andare alla deriva. Scontato. Prevedibile. E tremendamente giusto il ko in terra portoghese.

Vero, le assenze, cose già dette. In panchina c’era il deserto, accanto ad un Allegri che pare in balia del destino che viene. La parola “esonero” si fa sempre più forte e frequente. Non ha tutte le colpe, il livornese. Ma alcune, senz’altro, si. Intanto, esiste un problema evidente sui calci piazzati. La difesa partenopea non riesce a prendere un pallone dai corner, lascia gli avversari liberi al centro dell’area, concede occasioni che a questi livelli si pagano puntualmente.

Non è soltanto una questione di attenzione: è il sintomo di una fragilità strutturale che continua a presentarsi, partita dopo partita. Poi c’è la condizione fisica. Una squadra che appare stremata, sfinita, incapace di mantenere intensità e concentrazione per novanta minuti. Dopo un certo momento della gara, il Napoli sembra semplicemente aspettare il colpo definitivo. Si abbassa, perde le distanze, smette di essere pericoloso e finisce per consegnarsi agli avversari. Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla lettura tecnica della partita. Perché la sensazione più amara è un’altra: questo Napoli appare una squadra abbandonata a se stessa, lasciata andare alla deriva da giugno, senza che siano state affrontate per tempo le criticità che oggi emergono con tutta la loro evidenza.

E qui le colpe sono di De Laurentiis, ovviamente. Ma anche di Allegri che ha accettato senza fiatare. Gli infortuni, le assenze, le difficoltà di formazione non possono essere considerati episodi isolati quando diventano parte di un’emergenza continua. Le conseguenze di una programmazione estiva discutibile si manifestano adesso, nel momento in cui servirebbero una rosa profonda, alternative affidabili e una condizione atletica adeguata.

Il Napoli questa partita ha iniziato a perderla prima ancora di scendere in campo. L’ha persa nelle settimane precedenti, nelle difficoltà che si trascina dietro, nelle dichiarazioni della vigilia e nella necessità di fare continuamente la conta degli indisponibili. Venendo a quanto si è visto in campo, i partenopei hanno giocato con un inedito 3-5-2, dettato dall’indisponibilità di tutti i terzini in rosa. In difesa ha pertanto giocato Beukema insieme a Rrahmani e Rafa Marin. Vergara si è dovuto sacrificare su tutta la fascia, tra l’altro nemmeno di competenza. Ha rimediato subito un giallo, poi lo hanno seguito nelle ammonizioni Anguissa e McTominay.

Il Napoli ultra rabberciato un tempo, perlomeno, è durato. Certo, ha preso subito gol da calcio d’angolo. Ma l’ha pareggiata con McTominay e ha chiuso la frazione sull’1-1. Il secondo tempo è stato deprimente. Il Porto ha preso due traverse ed è sembrato sul punto di segnare da un momento all’altro.

A dare la spallata al match ci ha pensato proprio quel Gabri Veiga, qualche anno fa ad un passo dal vestire la maglia azzurra. Ed è finita malissimo, con l’espulsione di Rafa Marin, l’imbarazzante litigio tra De Bruyne e Lucca e con il 4-1 finale per i padroni di casa. E con questa, sono sette in quattordici gare. Troppo, decisamente. Per continuare.

Domenico Fabbricatore