Pe’ cient’anni
Pe’ cient’anni
«Primo agosto, pioveva, di domenica era ». Così recita una delle canzoni più popolari tra il tifo partenopeo. In effetti, il 1° agosto del 1926 era domenica. Se quel giorno piovesse, non si sa con certezza. Ma per il Napoli niente è mai normale, nemmeno la data di nascita, anche se ormai è stata accettata all’unanimità. La società di calcio più importante del sud Italia nacque da una fusione, questo è pacifico.
C’è chi sostiene, non a torto, che questa operazione avvenne già nel 1922 e nel 1926 si provvide solo a cambiare il nome del sodalizio. E probabilmente ciò avvenne soltanto a fine agosto. E poi lo stemma, l’orgoglio di tutte le squadre di calcio. A Napoli, il corsiero del sole, solenne e rampante, divenne subito un più modesto ciucciariello. Anche questa è storia nota: «ma che cavallo rampante! Chisto me pare ‘o ciuccio ‘e Fechella! ». Così esclamò un tifoso esasperato dalla prima desolante stagione degli azzurri. E così sia: via il cavallo (riportato in auge sullo stemma del centenario), viva il ciuccio!
«Questa squadra è azzurra ma ne ha viste di tutti i colori», così si espresse Giuseppe Pacileo per il cinquantenario. In effetti era già vero cinquant’anni fa. Ed erano ancora lontani i tempi degli scudetti e di Maradona ma anche del fallimento e della serie C. Diciamo che, nel mezzo secolo successivo, questa squadra ha aggiunto mille altri colori a quelli noti. Eppure il sodalizio nacque con una precisa missione imprenditoriale, dall’idea del suo visionario fondatore, l’imprenditore Giorgio Ascarelli.
Il Napoli fu la prima società di calcio italiana a vantare lo stadio di proprietà, con quasi un secolo d’anticipo sulle realtà odierne. Prima di attraversare varie crisi, a cominciare dalla successione di proprietà causata dalla morte prematura di Ascarelli. Da sempre, i tifosi partenopei si sono abituati a questa sorta di giro sulle montagne russe, con la squadra del cuore capace di colpi a sensazione, letteralmente da prime pagine dei giornali, però anche di gestioni sportive deficitarie.
Ad esempio, Hasse Jeppson, l’attaccante che nel 1952 il comandante Achille Lauro strappò all’Atalanta per una cifra mostruosa: settantacinque milioni al club orobico e trenta allo svedese. Fu la prima volta che si sforò il tetto dei cento milioni per un affare calcistico. Un’operazione talmente controversa che dovette intervenire un giovane sottosegretario allo sport, tale Giulio Andreotti.
Il comandante lo chiamava “Geppeson”, per i tifosi divenne “’o banco ‘e Napolu”, con varie battute (e sospiri), ogni qualvolta Jeppson venisse atterrato da un avversario: “è caruto ‘o banco ‘e Napule”.
Fu poi la volta di Beppe Savoldi: “mister due miliardi”. Operazione condotta stavolta da Corrado Ferlaino. Era il 1975 e le frontiere erano chiuse per il calcio italiano, a seguito della figuraccia della nazionale italiana contro la Corea del Nord al mondiale del 1966 (e pensare che oggi…), insomma, ci si doveva “accontentare” dei calciatori italiani. «Mi vendi Savoldi? », chiese il giovane ingegnere al collega presidente del Bologna. «Certo, se mi dai due miliardi! ». Voleva essere solo una battuta. Fu preso alla lettera. E apriti cielo! La stampa del nord si scatenò, nel periodo in cui la città di Napoli aveva appena affrontato un’epidemia di colera.
Per non parlare dei tredici miliardi spesi per portare all’ombra del Vesuvio il più grande di sempre: Diego Armando Maradona, preso dal Barcellona. In realtà, fu l’affare del secolo. Ma all’epoca la stampa non era d’accordo. E via, sempre di retorica per lo sperpero di denaro in una città dai mille problemi.
Pazienza. In cento anni, i tifosi del Napoli ne hanno avuta tanta e continueranno ad averne. Le grandi illusioni, gli scudetti sfiorati. Josè Altafini che segna al minuto 88 nella sfida decisiva e diventa “core ‘ngrato”. Moreno Ferrario che fa autogol al primo minuto contro il Perugia già retrocesso, si chiude in casa e non esce per due giorni, per poi essere rincuorato da quegli stessi tifosi che pensava lo avrebbero massacrato.
Il San Paolo che applaude il Milan di Sacchi e del grandissimo Franco Baresi che venne a prendersi lo scudetto il 1° maggio 1988. Le lacrime, a Parma, di Fabio Cannavaro e Pino Taglialatela, per l’incredibile retrocessione del 1998. Poi il fallimento del 2004, la rinascita con Aurelio De Laurentiis. Il terzo scudetto, poi il quarto e poi chissà cos’altro ancora.
Tanti auguri Napoli. Pe’ cient’anni!
Domenico Fabbricatore
Pe’ cient’anni
