La Repubblica Partenopea dello Scudetto
Come s’incastona, dunque, lo scudetto 2022/23 nella storia del Napoli, di Napoli e di tutta la regione, forse dell’intero mezzogiorno? Il più bello sarà sempre il primo, senza discussioni. Il secondo resta quello più sfizioso, perché sofferto fino alla fine e poi sottratto ad una corazzata invincibile, anche con un pizzico di furbizia, in una sorta di vendetta servita freddissima rispetto all’amarezza di due anni prima.
E questo terzo? Atteso, certo. Ma non quanto il primo. Sofferto mai, anzi vinto con un anticipo addirittura imbarazzante per tutte le altre. Questo terzo scudetto è forse quello più importante. Lo scudetto che potrebbe cambiare la storia del calcio partenopeo come non è riuscito nemmeno ai tempi di Maradona.
Napoli, città fatalista e soprattutto monarchica, ha vissuto i primi 60 anni della propria storia di football con la convinzione pressoché inscalfibile di non poter mai vincere. Il Napoli, come tutte le società del centro-sud, compresa la Fiorentina, nacque dalla fusione di più squadre. Un espediente imprescindibile per poter colmare un minimo di ritardo rispetto alle realtà del nord, per poter quantomeno partecipare. Nell’anno dell’esordio, il divario tecnico fu maledettamente evidente, al punto che la mascotte fu presto trasformata dagli stessi tifosi dal cavallo rampante al più modesto ciucciariello. Insomma, Napoli si è sempre portata dietro la consapevolezza di essere inferiore a qualcuno.
Quelle poche volte che la squadra di calcio sembrava sul punto di vincere, fatalmente qualcosa andava inevitabilmente storto. Una sorta di rassegnazione alla sconfitta che s’incarnava una volta nell’arbitraggio di Gonella a Milano nel 1971, un’altra volta nel “core ‘ngrato” dell’ex Altafini nel 1975, o anche semplicemente nella sfortuna più nera contro il Perugia nel 1981. Napoli, città fatalista e monarchica, attendeva come sempre il suo Re che ne ribaltasse la sfortunata condizione. Ed il Re arrivò dalle magre Americhe del sud, a contropartita dei milioni di emigranti salpati dal Molo Beverello per il Rio de la Plata. E con il Re arrivarono anche gli scudetti. Festa, farina e forca: una storia già vissuta. Inevitabile, poi, la depressione al momento dell’addio. La città è rimasta quasi cristallizzata per decenni nel ricordo dei tempi belli.
Questo terzo scudetto brilla della sua magnifica anomalia. E’ lo scudetto che può finalmente insegnare qualcosa di differente. Napoli ha sempre trovato conforto nella filosofia del “è cosa ‘e niente”, che se da un lato è fonte di consolazione per sopportare i momenti peggiori, dall’altro non aiuta certo ad accorciarne l’agonia. Questo scudetto non ha nessun Re, è uno scudetto repubblicano. E’ la vittoria del lavoro, delle idee, delle intuizioni. Tutti hanno fatto la loro parte ed hanno contribuito al raggiungimento di un traguardo storico. Ma non c’è stata una figura che ha prevalso sulle altre, come è capitato con Diego.
Insomma, la Napoli calcistica ha vissuto i primi 60 anni della sua storia nella convinzione di non poter mai vincere. Ha poi vissuto i 33 successivi all’addio con la convinzione, altrettanto forte, di non poter più vincere, a meno che non rinasca un altro Maradona. No, non rinascerà un altro Maradona. E anche se un giorno dovesse accadere, difficilmente verrebbe a giocare nel Napoli. Ma il Napoli ha vinto lo stesso. Tocca adesso alla città saper apprendere la grande lezione arrivata dalla squadra di calcio.
Domenico Fabbricatore
