Non ho visto Pelè
Il gioco del calcio è entrato nel 2023 con una triste certezza: i suoi due interpreti più sopraffini non sono più di questo mondo. Non che lo siano mai stati, probabilmente. Nè potrà mai morte corporale cancellarne una memoria che piuttosto sopravviverà a tante generazioni future. Lo scorso 29 dicembre, Edson Arantes do Nascimiento ha risposto all’Altissima convocazione. Da qualche parte, Lassù oltre le nuvole, starà palleggiando da 3 giorni con Diego. Di certo la palla non sarà ancora caduta. Qui giù invece, alla notizia della dipartita di Pelé, è tornato immediatamente in auge un vecchio e noioso dualismo: chi è il più forte di tutti i tempi? Un quesito inutile ed irrispettoso che però si ripropone da oltre 40 anni, da quando il brasiliano aveva appena smesso di giocare e l’argentino, invece, aveva appena iniziato. Chi vi scrive, come la maggior parte di chi vuol giudicare, non ha mai visto giocare Pelé, se non in qualche rara, seppur famosa, registrazione di sfide mondiali. Ed è proprio la Coppa Rimet a custodire le gesta più celebri di un calciatore che in carriera non ha mai giocato in Europa in carriera, condannando una platea sconfinata di appassionati a poter soltanto immaginare una fetta importante di repertorio. Allora, chi è il miglior calciatore di tutti i tempi? Tante, troppe persone si sono arrogate il diritto di poter dare una risposta certa che invece non esiste. Chi preferisce Pelé lo fa spesso senza nemmeno averlo mai visto giocare. Lo fa sulla base di valutazioni che prevaricano il perimetro del rettangolo di gioco per sconfinare stupidamente nella vita privata. Non che Pelé sia stato proprio un santo ma certo hanno fatto più sensazione, negli anni, le fin troppo strombazzate debolezze di Diego. Restando invece all’interno del terreno di gioco, una superficiale eppur forse efficace valutazione si potrebbe riassumere in poche parole: Pelé è stato più completo, Diego più geniale. Si parta da questo commento equilibrato, condiviso da tanti osservatori esperti, per poi disegnare a piacimento la propria visione. Del resto, la bellezza del gioco del calcio sta proprio nella soggettività dell’emozione che suscita in ognuno. Nella sua carriera, comunque, Pelé ha potuto avvalersi di fortune sconosciute all’argentino. Intanto è nato al momento giusto per poter scansare la maledizione del Maracanazo e per incarnare la voglia di rivincita di un’intera nazione. È nato giusto in tempo per poter partecipare al mondiale del 1958. Venti anni dopo, la stessa opportunità fu invece negata a Diego da un Menotti convinto che ci volessero uomini fatti e duri per vincere un mondiale che bisognava assolutamente vincere. Nel 1958 la sorte consegnò a Pelé la maglia numero 10, che prima di allora non aveva il significato che ha adesso. Era soltanto un numero, capitato solo per caso sulle sue spalle, con Pelé è diventato l’emblema del fuoriclasse. Ma il giovane Edson non era solo nel 1958. A centrocampo c’era Didi, uno dei più grandi registi della storia, non a caso eletto miglior calciatore di quel torneo. Sulle fasce imperversavano da un lato Garrincha e dall’altro Zagallo. In area di rigore c’era Vava pronto a girare in rete ogni pallone che girava dalle sue parti. Non era nemmeno titolare il giovane Edson, le prime partite di quel mondiale videro in campo un certo Altafini, all’epoca conosciuto come Mazola. Un Brasile fortissimo di cui Pelé divenne la punta di diamante. Ma che avrebbe vinto anche senza Pelé, come in effetti avvenne nel 1962 in Cile. C’erano praticamente tutti i grandi protagonisti del 58, tranne Pelé fermato da un infortunio dopo soltanto una partita. Giocò Amarildo al suo posto e il Brasile vinse lo stesso. Nel 1970, invece, vi erano altri fenomeni: Carlos Alberto, Gerso, Jairzinho, Tostao e Rivelino. Oltre naturalmente al trentenne Pelé. Il più forte di tutti, certo. Ma non da solo come Maradona nel 1986, nella stessa nazione e nello stesso stadio. No, chi vi scrive non ha mai visto giocare Pelé ma ha troppo rispetto per il fuoriclasse brasiliano per andare oltre e lasciarsi andare a faziosi giudizi personali. Viva il calcio, viva i suoi grandi interpreti passati, presenti e futuri. E immortali, come Edson e Diego.
Domenico Fabbricatore
