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Lorenzo Insigne, in azzurro da Livorno a La Spezia via…Aurelio

E dunque, i 27 minuti disputati allo stadio Picco sono stati gli ultimi di Lorenzo Insigne in maglia azzurra. Si è conclusa una storia lunga e soddisfacente, che avrebbe potuto essere, però, ancora più lunga e ancora più soddisfacente. L’esordio, casualmente, avvenne a non molta distanza da La Spezia. Precisamente a Livorno. Appena 180 chilometri di via Aurelia, quindi, per racchiudere una carriera in azzurro. Era il 24 gennaio 2010 quando, al minuto 94 di Livorno-Napoli, il tecnico Walter Mazzarri operò l’ultimo cambio a sua disposizione: fuori German Denis, dentro Lorenzo Insigne. Baricentro basso, 19 anni ancora da compiere, numero 34 sulla schiena. La divisa di quel giorno sembrava addirittura troppo abbondante per la sua taglia. Quei pochi secondi furono gli unici disputati in serie A quell’anno, prima di andare in prestito alla Cavese. In massima serie con la maglia azzurra ci sarebbe tornato soltanto 2 anni e 7 mesi dopo. Dopo la parentesi a Cava de’ Tirreni, infatti, seguirono due ottime stagioni, sempre in prestito, prima a Foggia e poi a Pescara. Nel frattempo, i tifosi partenopei avevano imparato ad amare un calciatore argentino che aveva tutte ma proprio tutte le caratteristiche che piacciono alla platea di Fuorigrotta: Ezequiel Lavezzi, detto il Pocho. Caschetto moro, occhi da scugnizzo, Maradona tatuato sul fianco sinistro, tocco di palla fatato e tremendamente veloce. Lavezzi ha incantato il San Paolo per cinque stagioni. Ma nel 2012, dopo la vittoria della coppa Italia, andò al Paris Saint Germain, lasciando via libera al talento di Lorenzo Insigne. Stadio Barbera, 26 agosto 2012, Palermo-Napoli 0-3. Insigne giocò 60 minuti, prima di essere sostituito al 16’ del secondo tempo da Dzemaili. Fu quello il vero esordio in serie A. Il primo gol non tardò ad arrivare: 16 settembre 2012, Napoli-Parma 3-1. Tocco di destro sul primo palo, quasi un inedito. L’assist fu di Goran Pandev, il vero titolare della zona sinistra d’attacco del Napoli di quella stagione. Giocò una gran partita, tra l’altro, quel giorno il macedone: si procurò il rigore dell’1-0, realizzò il 2-0 e regalò ad Insigne la palla del suo primo gol in serie A. Il futuro capitano entrò in campo al minuto 71 al posto di un certo Edinson Cavani ed impiegò soltanto 6 minuti per gonfiare la rete. In tutto, 37 partite quell’anno. Ma molti spezzoni. Ancor meno l’anno dopo: 36 presenze ed appena 3 reti, con l’attacco azzurro che intanto aveva perso Cavani ma aveva acquistato Higuain, Mertens e Callejon, tutto d’un botto. Difficile trovare spazio. Ma la svolta non tardò ad arrivare, anche se in una data triste da ricordare per quello che accadde all’esterno dello stadio, con l’omicidio del tifoso Ciro Esposito. Roma, 3 maggio 2014, finale di coppa Italia, Napoli-Fiorentina 3-1. Insigne segnò la doppietta che indirizzò il trofeo verso sud. In quella stagione erano arrivati anche i primi gol europei. Indimenticabile il calcio di punizione messo a segno al San Paolo contro il Borussia Dortmund di Jurgen Klopp, nel primo turno di Champions League. Ancora la Fiorentina sul suo cammino, in un’altra data triste, stavolta soltanto da un punto di vista sportivo. Stadio Artemio Franchi, 9 novembre 2014. Il Napoli vincerà quella partita 1-0 ma al 25’ il ginocchio di Lorenzo fece crac. Rottura del legamento crociato e stagione compromessa. La formazione di Benitez pagherà quell’infortunio con tanti punti lasciati per strada che costeranno la qualificazione alla successiva Champions League. Ma Insigne ci mise relativamente poco a rientrare in campo ed a riprendersi il finale di campionato. In tempo per essere pronto per la stagione successiva, quella della definitiva consacrazione. Anno 2015/16, Maurizio Sarri in panchina. E’ quello il campionato del record di gol di Gonzalo Higuain. Ma proprio nel corso di quella stagione sono diventate marchio di fabbrica due giocate di Lorenzo. Il cross sul secondo palo, destinazione Callejon, a spiazzare le difese avversarie. Soprattutto, il “tiraggiro”. La classica conclusione di Insigne sul palo lungo, appresa dall’idolo Del Piero, da quel campionato diventò sempre più frequente. Quel tiro è stato di fatto l’emblema di Insigne e del suo rapporto con i tifosi ed i critici di calcio. Nei giorni di grazia, la parabola all’incrocio dei pali lontano ha scatenato applausi a scena aperta ed approvazioni di ogni genere. Nelle giornate meno ispirate, non sono mancati i mugugni dei tifosi e le stroncature della stampa. Sicuramente magiche sono state le notti vissute al Bernabeu o al Parco dei Principi o in casa contro il Liverpool. Gol favolosi per un Napoli europeo che ha fatto sognare. Dopo l’addio di Hamsik, a febbraio 2019, è arrivata anche la fascia di capitano. Una responsabilità grande, soprattutto per un napoletano di nascita. Ed era sul braccio di Insigne la fascia da capitano, la notte del 5 novembre 2019. Partita di Champions League, Napoli-Salisburgo 1-1. Al termine del match, l’ammutinamento. I calciatori che disobbedirono alla società e disertarono il ritiro imposto. Una ferita mai del tutto rimarginata. Quella notte si ruppe qualcosa, anche se il Napoli ed Insigne hanno continuato insieme per altre due stagioni. Momenti belli e brutti. La coppa Italia strappata alla Juventus, in un Olimpico deserto causa Covid. Poi l’errore decisivo dal dischetto a Reggio Emilia, sempre contro i bianconeri, in occasione della finale di Supercoppa. Con la nazionale, un europeo vinto da protagonista nell’estate 2021. Poi, a gennaio 2022, è arrivata l’ufficialità del mancato rinnovo con il Napoli e del contratto firmato con il Toronto. Tutto questo, con i partenopei in lotta per uno scudetto che non sarebbe arrivato. Insigne non ha fatto mancare il suo impegno negli ultimi mesi, un po’ malinconici, in maglia azzurra. Una stagione caratterizzata da appena 2 gol su azione e 4 errori dagli undici metri. Numeri decisamente insoliti, nel contesto di un campionato in cui le prestazioni positive sono state comunque in grande maggioranza. Ma lo scudetto non è arrivato. In totale, 434 partite e 122 gol con la casacca azzurra. A 31 anni, Insigne si appresta a lasciare la sua terra per iniziare un’avventura totalmente nuova e di certo gratificante dal punto di vista economico, un po’ meno dal punto di vista sportivo. Ma la scelta va rispettata. Come va rispettata la sua carriera con il Napoli. Undici stagioni sono tante anche se potevano essere di più. Come potevano essere di più i trofei conquistati. Si è conclusa, quindi, una storia d’amore bella. Molto bella. Che meritava però di essere ancora più bella.

Domenico Fabbricatore, AtletaMagazine.it